Wednesday, September 11, 2002

“Vi hanno pagato?”, le chiedo mentre la guardo stendere sul tavolo del salone la stampa di Doisneau e accarezzarla, come se quei volti del bacio all’Hotel de la Ville fossero vivi.
“Sì, perché?”
“Perché per quanto stoni non avrebbero dovuto darti nemmeno mezz’euro.»
Rido mentre lo dico e lei non si volta nemmeno a guardarmi. “Mo see, stonata… Stonato sarai te!”, dice, ma sento la risata nella sua voce. È la risata delle sere azzurre, quelle che non sono serene del tutto, quelle in cui c’è una sensazione che scivola sotto, ma non sempre si fa sentire. Mi avvicino e l’abbraccio da dietro. Appoggio il mento nell’incavo della sua spalla. Sembra costruita per un‘altezza come la mia. Non ho bisogno di piegarmi. Basta che allunghi il viso. “Ti piace?” le sussurro all’orecchio. «
“Sì”, mi risponde e gira appena appena il viso. Ne approfitto per baciarla. Una volta. Due.
La tiro a me e le accarezzo il viso con le mani. Sono incredibilmente asciutte. Incredibilmente morbide.
“Adoro sentirti cantare”, le dico e la bacio di nuovo. Assaggio le sue labbra e la punta della sua lingua. E sfioro la pelle del collo con le mani, scivolando con le dita sotto i capelli.
“Fa caldo.” La sua voce è un filo di lana bianca.
La guardo e le slaccio lentamente i bottoni del vestito. Le infilo le mani sotto, sulla pelle della schiena.
“Va meglio?”, le chiedo.
“Quasi”, mi sussurra.
E forse è l’ultima parola che ricordo.

Quando sento il telefono che squilla mi accorgo di essermi addormentato. È Alice ad accorgersi che squilla. Sento il suo corpo nudo accanto a me, di traverso sul letto. Mi allunga il telefono.
Ascolto. E mi sveglio immediatamente quando la realtà mi sbatte in faccia la sua quotidiana verità. “Arrivo subito.”
Tengo il telefono in mano e guardo Alice.
“È successo qualcosa?”, si alza in ginocchio sul letto e non posso non accarezzarle il seno, ma senza malizia.
“Era Ippoliti”, le dico. “Un tizio in un pub ha cercato di seguire la cantante di un gruppo mentre tornava a casa. Lo hanno preso prima che potesse fare qualcosa. Aveva un bastone in macchina. Ed è zoppo.”
Alice mi guarda. C’è qualcosa nel suo sguardo che non capisco. Rabbia, sollievo, tenerezza, tutto, niente.
“Portami la sua testa su un vassoio d’argento”, dice.
Io mi vesto, bacio la mia Salomè e esco di casa.
Senza guardare. Senza sapere.




Se mi muovo piano piano nessuno si accorge di me. Se mi muovo lentamente, senza toccare nulla, senza appoggiare i piedi per terra non si accorgono di me. Nessuno. Nessuno lo può fare. Neanche lei. Neanche se è la sua donna. Neanche se lui fosse stato qui. Avrei dovuto ucciderlo. Ma adesso è meglio.
Nessuno può ascoltarmi se non voglio.
Neanche lei.
Non se cammino così.
Non di notte.
Non adesso.

Alice ascoltò i passi di Gabriele che scendevano per le scale. Ne seguì il suono finché poté poi quando non sentì più nulla si mosse verso il salone.
Era completamente nuda e la notte le accarezzava la pelle con una carezza lievemente fredda, ma sottilmente piacevole.
Sentì il pavimento leggero e fresco sotto la pianta dei piedi e si voltò a guardare la stampa di Doisneau, distesa sul tavolo. Pensò all’abbandono totale che quella finzione aveva creato e si disse che in fondo era così che funzionava nei film e nei libri. Ci si emozionava per scene create che ti accarezzavano dentro, da qualche parte, anche se sapevi che erano finte. E ridevi, piangevi o ti lasciavi sfiorare da qualcosa che sapevi non vera, ma che ti colpiva allo stesso modo.
Arrotolò la stampa e pensò che non lo aveva nemmeno ringraziato. Sapeva che a lui non importava, sapeva che non era così che funzionava, ma si sentì un po’ in colpa lo stesso. Infilò l’elastico che teneva la foto nella sua posizione a cilindro e lo fece scivolare fino al centro.
“Sono una stronza”, sussurrò alla stanza vuota e pensò che se Gabriele fosse stato lì, proprio in quel momento, lo avrebbe baciato. Senza dire niente. Senza spiegare.
“Sono una stronza”, ripeté stringendo la foto.

Ed ebbe netta la sensazione di non essere sola.

Si girò e lo vide. A pochi centimetri da lei.
Aveva una maschera di plastica in viso.
Tentò di urlare, ma non ci riuscì. Sentì una mano che premeva contro la sua bocca e un’altra che le spingeva il capo. Sentì una strana fitta di sonnolenza colpirla sotto la nuca e strinse più forte la foto di Doisneau. La strinse e colpì a casaccio, davanti a sé, più forte che poté. Qualcosa cadde per terra.

La pressione sul volto calò all’improvviso e lei fece due passi indietro, sbattendo contro il tavolo il sedere nudo e gridando. Ma nessuno le rispose.
Poi l’uomo attaccò di nuovo. Si muoveva in silenzio, trascinando la gamba sinistra. Cercò di prendere un tagliacarte, caduto per terra accanto alla stampa di Doisneau. Ci si gettò sopra, come un animale, nuda e selvaggia, ma la mano di lui fu più veloce e lo afferrò. Fermo. Sentì la mano chiusa in un paio di guanti di plastica e morse, strappandolo e sentendo per un attimo la carne e il sangue sotto le labbra. Poi tentò di prendere la stampa, ma gliela strappò di mano gettandola da qualche parte. E infine qualcosa la colpì alla guancia.
Alice volò a terra contro il muro, oscenamente scoperta, le gambe piegate di lato, il seno che si sollevava al ritmo affannato del respiro e della paura, la guancia calda che le faceva male. Provò ad alzarsi, ma non fece in tempo nemmeno a muoversi.
La notte calò e non sentì più nulla.




Alle quattro e un quarto Gabriele rinunciò.

Il tizio che avevano fermato era un povero disperato. Viveva in una comunità di recupero per tossicodipendenti e a parte una denuncia per molestie telefoniche al fidanzato di sua sorella non aveva mai fatto niente di male. Saltò fuori che voleva consegnare alla ragazza una specie di regalo. Un fiore di carta azzurro, una specie di gioco che faceva da quando era bambino. La ragazza stessa confermò che lo vedeva spesso ai suoi concerti e che dopo le prime volte in cui si era un po’ spaventata aveva capito che era essenzialmente innocuo.
Il tizio fu riaccompagnato a casa e Gabriele sentì forte, sotto le tempie, la stanchezza della giornata che lo stendeva.
Uscì nell’aria umida della notte estiva e salì in macchina.

Fece il numero di Alice. E il cellulare suonò irrimediabilmente libero per dieci squilli, poi quindici, poi venti. Riprovò. Dieci. Quindici. Venti.
Provò a casa. Dieci squilli. Quindici. Venti.
Di nuovo. Dieci. Quindici. Venti.
Nessuna risposta.

Scalò la marcia e sgommò via dal semaforo di via Marconi verso il viale.
Fece il numero di Ippoliti.
“Mandami due volanti a casa di Alice. E fai alla svelta. Ma non salite. Aspettate che ve lo dica io.”
“Cosa sta…”
“Spero niente, Ippoliti. Ma datevi una mossa.”
Staccò la comunicazione, cambiò marcia e diede gas.
E malgrado andasse a centoventi sui viali gli sembrò di muoversi lento come un bradipo, come una lumaca.
Come quel pensiero che gli scivolava in testa.

Guardo il salone e capisco tutto. Non ho bisogno nemmeno di cercare nelle altre stanze. Non ho bisogno di immaginare. So.
Il salone è sotto sopra. La stampa di Doisneau è per terra. Accanto c’è un tagliacarte. Una sedia è rovesciata. Ci sono impronte di piedi nudi in controluce. La luce accesa.
Giro lo stesso per la casa. Il letto è disfatto. Sul comodino un fazzoletto. Mi accorgo che è mio e che me lo sono dimenticato. E qualcosa mi colpisce di colpo nei pensieri. Guardo l’orologio e penso a quanto tempo mi rimane. Guardo l’orologio e penso a quanto tempo le resta.
Penso stupidamente al fatto che non la farà mangiare e che non sa quanto sia bello invece vederla mangiare. Ma è una stronzata. Un tentativo del mio pensiero di sentirsi vivo quando invece sta affievolendo.
Poi divento di nuovo un poliziotto. Devo diventarlo. Devo esserlo. Devo pensare da poliziotto, muovermi da poliziotto.
La prima cosa che noto è che non c’è il vestito di jeans. Così so cosa le ha messo addosso.
Poi torno in salone. E mi fermo sulla soglia. Mi guardo intorno. E vedo per terra, vicino al tavolo, una macchia scura. Mi chino. La guardo da vicino.
Capisco subito che è sangue. Ne ho visto troppo per non riconoscerlo. Ma è quello che sta vicino che mi fa sorridere in un modo strano. È un pezzetto di lattice chiaro, quasi trasparente. È grande qualche centimetro, rotondo a un’estremità e frastagliato all’altra. E allora capisco che portava i guanti e che quello è un dito dei guanti. Capisco che lei deve averlo morso e strappato quel pezzo di plastica.
Mi alzo in piedi e guardo la sala. Buttato in un angolo la foto di Doisneau. Sul pavimento il tagliacarte.
E mi basta un attimo per pensare che forse posso aver avuto fortuna.
Mi basta un attimo per pensare che stavolta potremmo avere qualcosa fra le mani.
Mi basta un attimo per pensare che ha preso la persona sbagliata e chiamo Ippoliti su.
“Cercate impronte digitali su qualsiasi superficie possibile qui e in camera da letto. Fate a pezzi questa casa ma trovatele. Portava i guanti, ma lo ha morso.” Gli indico il guanto. Capisco che non sa cosa dirmi e allora mi incazzo. Lo prendo per le spalle. “Muoviamoci, Ippoliti! Muoviamoci, cazzo!”
Lui mi ferma. “Lo prendiamo, stavolta lo prendiamo”, mi dice. E solo lì capisco che cosa è successo.
Solo lì mi ricordo di Sandra Dionigi e di Dora. Solo lì mi viene in mente tutto, il sangue e gli occhi della madre di Dora. Il corridoio con l’odore di disinfettante, la gente e la televisione.
Solo lì capisco che questo non è più lavoro, ma vita. Solo lì capisco che quella casa è la casa di Alice, che è di Alice che stiamo parlando. Che il profumo che sento nell’aria è quello della sua pelle, che le impronte sul pavimento sono quelle dei suoi piedi. Che nel letto disfatto eravamo insieme fino a qualche ora prima.
Solo allora so. E sento qualcosa che mi monta dentro, da un posto così fondo che non so trovarlo. “Muoviamoci”, sussurro a Ippoliti e esco da casa.

Non voglio che mi vedano piangere.




Alle sei e mezzo Gabriele Riccardi era già in questura.
Attraversò i corridoi e ascoltò l’eco dei suoi passi sul pavimento, cercando di non ascoltare i suoi pensieri.
Un quarto d’ora dopo era lì anche Ippoliti.
I rilievi a casa di Alice durarono fino alle otto e mezza del mattino. Ore spese a setacciare tutto l’appartamento alla ricerca di qualcosa, di qualcosa di talmente piccolo che non era possibile vederlo a occhio nudo. Si doveva stanare, studiare, rivelare.
E alla fine trovarono tre impronte. Una sul tagliacarte, una sulla maniglia della porta e una sulla plastica che ricopriva la stampa di Doisneau.
La più nitida, la più precisa. Un impronta parziale di un dito indice destro.
Alle nove non restava che aspettare.
Aspettare che l’informatica facesse il suo corso. Aspettare che da qualche parte saltasse fuori un nome. Aspettare che la fortuna aiutasse, perché se il proprietario di quel dito era incensurato non lo avrebbero mai trovato.
Aspettare e basta.
Non c’era bisogno di verificare cosa avesse fatto la ragazza la sera prima di scomparire. Non c’era bisogno di chiedere a chi amava se cantasse o avesse cantato.
Non c’era bisogno di spere niente.
E nel silenzio dei suoi pensieri Gabriele cominciò la sua attesa.




Ascolto il silenzio e mi sembra che abbia un rumore.
Forse anche i pensieri hanno un rumore. Come le cose che non hanno colore. L’acqua ha un colore. L’aria ha un colore. Tutto quello che è attraversato da luce ha un colore. Così anche i pensieri devono averne uno. La ascolto parlare nella mia testa e penso che non la sentirò più. Di più. Sono sicuro che non la sentirò più. Che non sentirò più la sua voce, la sua risata che esplodeva quasi spernacchiando. Perché era la sua vita che era bella e beffarda.
Non la sentirò più.
Se mi bagno appena appena le labbra sento ancora il suo sapore. E penso che se è vero quello che sto pensando quando smetterò di sentirlo sarà l’ultima volta. E mi chiedo come si fissa l’ultima volta. C’è una possibilità di farlo? L’ultima carezza, l’ultimo sorriso, l’ultimo gesto, l’ultimo bacio, l’ultimo sguardo. Come si possono fissare tutte queste cose.
Ciao. Ha detto così. Ero sulla porta, stavo uscendo. Pensavo che quello stronzo forse lo avevamo preso. E non l’ho nemmeno salutata. Non l’ho baciata. Non le ho toccato la pancia nuda, come facevo di solito. Non l’ho guardata infilando l’uscio. Non ho fatto niente.
Sono uscito e me ne sono andato. E basta.
E adesso sono qui e un po’ ti odio. Lo sai? Un po’ ti odio perché devi aver cantato quella canzone e lo devi aver fatto quando sono andato a pisciare. Un po’ ti odio perché non capisco. Non capisco perché lo hai fatto anche se lo sapevi. Sapevi. Cazzo, ti avevo raccontato tutto. Perché non ti sei fidata di me? Perché non ti sei potuta fidare di me almeno una volta.
Provo a pensare a lui. Lui che era lì. Provo a focalizzare tutte le persone che stavano in quel posto, uno per uno, ma non mi viene in mente niente. Non un uomo, nessun viso, nessun segno particolare, nessuno che zoppicasse, che tenesse una gamba dritta. Qualcuno. Anche solo una figa con il culo di fuori. Nessuno, porcaputtana.
Non mi viene in mente nessuno.
Solo Alice. Mi vieni in mente solo tu.
E devo sforzarmi per pensare che non è vero che non ce la farò. Che non è vero che non riuscirò a salvarti. Che me lo hai detto tu che lo prenderò e allora lo prenderò. Perché hai sempre avuto fiducia in me anche quando io non ne avevo. Anche adesso, sono sicuro che ne hai, adesso che magari hai freddocaldo, adesso che chissà se nei tuoi pensieri c’è tempo per avere paura.
Adesso che spero che non sia vero quello che mi sfiora le ossa.
Adesso che vorrei fare qualcosa. E non posso. Perché non c’è niente che possa fare.
Solo aspettare.
E sperare che esista, da qualche parte, una…




…possibilità. Sì, era una possibilità. Che stessi sognando. È una possibilità. Mi sono addormentata in poltrona e ho sognato.
Gabriele mi ha accompagnata a casa. Io devo avergli detto nel mio modo perfettamente rustico che ero stanca. Lui non è salito. Io ho guardato la stampa di Doisneau – che bella! – e mi sono messa a leggere sul divano. Cosa leggevo? Boh. E chi se lo ricorda. Però è andata così. Dormivo. Sul divano. E sono ancora lì. Per questo che ho freddo. Per questo che sento il vestito di jeans che mi rompe i maroni all’altezza delle cosce. Per questo che sono tutta anchilosata. E mi fa male una guancia. Devo aver dormito con la guancia sullo schienale del divano. Che cretina. Ma non sono buona di andare a letto quando ho sonno? Lo sai, Alice. Lo sai che sei così. Devi stravaccarti e ti stravacchi perché ti piace. Ti piace stare lì. Però adesso bona, eh? Adesso apri gli occhietti. Adesso apri gli occhi e ti dai una bella stirata. Sì, adesso li apro. Adesso li apro. Un momento eh? Che mi pesa la testa. Eh ben ben se pesa. E non mi sento le mani. Devo aver dormito come una piovra. Ingavinata. Mi sarò mica rotta qualcosa? Bloccata il flusso del sangue? Mi verrà un ictus. Lo so che se mi addormento così poi si blocca il flusso del sangue e mi viene un ictus. Parte e bonanot!
Ecco, adesso apro gli occhi. Adesso li apro. Piano piano. Così. Ecco. Ecco.
Oh merda. Merda.
Porca…




…puttana, ma quantocazzo ci vuole? "
Insulto il laboratorio. Lo insulto e abbasso la cornetta. Ho appena fatto la stessa cosa con un tipo che suona la chitarra nei Deep&Blue. Gli ho detto del figlio di puttana perché mi ha raccontato che hanno fatto quello scherzo cretino ad Alice e l’hanno fatta cantare Fragile. Gliel’ho detto. Sillabato. Figlio-di-puttana. E ho sbattuto il telefono anche a lui. Che non ne aveva un cazzo di colpa. Ma me ne sbatto i coglioni, ho deciso. Me ne sbatto i coglioni. Di’ che venga anche il questore. Mi faccio anche il questore. Ho voglia di mordere. Voglia di mordere, cazzo.
Sono le dieci e mezza e ho voglia di mordere.
“Stai bene?”, mi chiede Ippoliti e ho voglia di mandare a fare in culo anche lui, ma non lo faccio. Non lo faccio solo perché potrebbe capire. E io non voglio che mi capiscano.
Non voglio che mi compatiscano.
Se succederà sarò io che l’avrò uccisa.
E di questo non ho nessuna voglia di…




…parlare.
Adesso che si è svegliata devo parlare.
Adesso.
Me n sono accorto da come ha irrigidito le spalle che è sveglia. Da come ha mosso leggermente le dita delle mani dentro la corda. È quasi il momento giusto per parlare. Deve solo aspettare che sia un po’ più cosciente. Solo un po’. Qualche minuto. Non di più. E intanto sto seduto qui. Dietro di lei.
La sedia è scomoda, ma va bene lo stesso. Sto dritto.
Lei me lo diceva sempre che devo stare dritto. Stai dritto con le spalle che sei più bello.
Ecco, adesso è proprio sveglia sveglia. Ha sollevato di scatto il collo.
E guarda avanti. Tra poco si accorgerà anche di essere legata. Si accorgerà di essere in mezzo alla cantina e vedrà la tartaruga. Vedrà quello che deve vedere e magari la riconoscerà. Vedrà il tavolo e avrà paura. Come è giusto che sia. Bisogna avere un po’ di paura.
Quando io ho capito cosa dovevo fare ho avuto paura.
Anche Milena deve averne avuta. Ma non ne avrà più.
Milena non avrà più paura.
Perché questa volta ho visto giusto. Questa volta è lei.
Cantava come un bambino nel coro di una chiesa. Come un’arpa.
Era leggera.
Stavolta è lei. Stavolta non mi sono…




…sbagliato.
Qui dentro tutto è tremendamente sbagliato.
E io ho paura. Quel tavolo per esempio. È sporco, segnato. E c’è sopra un martello, un chiodo, una busta di plastica con un foglio chiuso dentro. Un coltello da caccia. Ha la lama arrugginita e mi viene da pensare che se mi tocca, se mi ferisce mi verrà il tetano. Ma sono un’idiota. Perché so cosa ci fa lì. So perché è lì. So cosa significa. So perché qualcuno lo ha appoggiato lì. Me lo ha detto Gabriele, cazzo. Me lo ha raccontato.
Ho paura. Adesso me ne accorgo. Me ne accorgo che ho paura. Paura anche di respirare. Paura di guardarmi intorno. DI vedere. Qualcosa. Qualcuno. Mi striscia sotto la pelle. Mi fa puzzare. Io non puzzo mai. Nemmeno di sudore, ma adesso sì. Mi sento sporca. Unta. E mi fa male la guancia. Mi ha colpita. Adesso mi ricordo. Mi ha colpita.
C’è qualcosa che si muove sopra al tavolo. Qualcosa di strano. È piccola. Starà in una mano. Fa qualche passo poi si ferma. Poi prova di nuovo.
Dovrei sapere che cos’è, ma non capisco.
Poi metto a fuoco. Un po’ come quando ti voltano a testa in giù. Non capisci. Poi metti a fuoco il mondo. Capisco che sono in un mondo capovolto. Sto in una cantina. Perché è una cantina, vero? Guardo un tavolo su cui qualcuno ha messo in mostra gli strumenti, come in una cella medioevale.
Un tavolo di legno screpolato su cui tenta di camminare una piccola tartaruga blu.
Ed è li, guardandola camminare che…




…capisco. Ti comprendo se tutto ti sembra strano”, le dico. E la vedo irrigidirsi. Non deve, non voglio. Forse perché le sto alle spalle. Forse perché mi sente ma non mi vede. Mi alzo. Quando le passo accanto si irrigidisce di più. Non mi guarda. Tiene la testa bassa. Come le altre. Ma anche così è fiera, non domata. Non arresa.
“Capisco che tutto ti sembra strano”, le dico di nuovo. “Ma vedrai che ha una logica. Vedrai che tutto sarà preciso. Singolarmente preciso. La sedia che mancava a una tavola imbandita”. Mi avvicino al tavolo e sento la tartaruga sulle dita. La prendo in mano. È ancora incredibilmente viva. Le altre morivano subito, ma questa no. Questa è viva. Lo sapevo.
“E’ una…




…tartaruga blu?”, gli chiedo, ma non lo guardo. C’è sempre in tutti i film. Non bisogna guardare chi ti tiene in ostaggio. Se lo guardi lui sa che lo riconosci e poi ti uccide.
Io non voglio morire.
“Sì”, mi risponde. La sua voce ha il tono del ghiaccio dentro a un bicchiere d’acqua. Sembra una cosa bella, ma se lo prendi in bocca, se lo tieni troppo in bocca poi fa male. Poi ti stringe la testa in una morsa.
“Mi ucciderai, vero?”
Non so perché glielo chiedo. Non lo so. Voglio saperlo, ma ho paura della risposta. Ma voglio saperlo. Ho freddo e i polsi mi fanno male. Forse sanguinano. Ho il terrore che la corda sia sporca. Che i tagli facciano infezione. Ho davanti a me un assassino e penso a virus e batteri. Forse per quello non mi viene un infarto. Forse per questo riesco a respirare.
“Spero di no”, mi risponde. Ci ha pensato. Non ha risposto subito. E non so perché gli credo. È sincero. Credo davvero che non lo sappia. Respiro forte col naso. Non riesco con la bocca. Mi fanno male le costole. E il seno sinistro. Il vestito è slacciato e si vede il capezzolo, ma lui non mi guarda mai. Mi tiene gli occhi fissi sul viso. Anche se non lo guardo lo so. Li sento.
“Che cosa vuoi, allora?”
Stavolta non pensa.
“Che canti per me, come Milena. Voglio solo sentirti…




…cantare, sai? Mi piace sentire quando canta. È leggera”.
Ippoliti mi guarda. Tira dalla sigaretta. Avrei voglia di uno spinello. Il sapore dell’erba in bocca. Ma non me ne faccio uno da secoli.
“Che ore sono?”
“Mezzogiorno”. Toglie la paglia dalle labbra. Vedo il luccichio della brace, come una fiammella.
Aspettare. Non sono mai stato capace di aspettare. Sto pensando a com’era vestita la prima volta che l’ho baciata. Un maglione con la lampo. Nero. Una maglietta bianca sotto. Un paio di jeans. Mi ricordo che ho pensato che è così che deve essere sembrato ai suoi tempi Marlon Brando in Fronte del porto. Sfacciatamente bello. Semplice, ma sfacciatamente bello.
Sto pensando che una notte mi ha detto che avrei potuto farla felice. E sto pensando che voglio farlo, porcatroia. A partire da adesso. A costo di setacciare tutte le case di questa città. Tutte. Sto pensando che ci sono cose che sa della mia vita che non ho mai confessato a nessuno. Sto pensando a che sensazione mi da averla fra le braccia, abbandonata e inerme, quando squilla il telefono.
E ridivento un poliziotto.
E ridivento di nuovo…





Quando i Deep&Blue cominciano a suonare i tavoli del Bistrò sono già quasi tutti pieni.
Alice è nervosa. Me ne accorgo dal silenzio che mantiene in macchina, mentre la accompagno lì. Poche domande e quasi nessuna risposta. Le ho regalato una stampa di Doisneau, ma non l’ha quasi guardata.

Fuori dal locale riconosco la macchina di pattuglia. È una punto nera. Ci sono sopra due giovani agenti. Mi guardano quando scendo. E guardano anche lei.
Ha addosso un vestito di jeans chiuso con gli automatici. Lo tiene slacciato fino al ginocchio e sul seno sembra tenere a stento. È sensualmente semplice e la adoro per questo. Mi perdo a guardarla, ma sono lì anche per lavorare.

Mi siedo a un tavolo in fondo alla sala. Da lì posso vedere lei e tenere contemporaneamente sotto controllo il locale. Lei non lo sa, ma porto la pistola. Le offro un bicchiere di vino. È fresco, bianco, frizzante e la rilassa un po’. “Andrà tutto bene”, le dico. E lei sorride. Non ammetterebbe mai che ha paura. E nemmeno io. A volte mi chiedo perché. Ma la tensione si indovina. Si sente nel respiro, nel tono della voce che diventa ruvido come carta vetrata. Lo sento quando succede e mi fa paura. “In bocca al lupo”, le sussurro e lei si limita a sorridere. Certe cose deve affrontarle da sola. Lo so. Forse mi fa un po’ male da qualche parte, ma lo so. In fondo anch’io sono fatto così.

Così mi siedo e mi guardo intorno mentre i Deep&Blue sistemano gli strumenti sul palco. Sono tutti uomini tranne lei. Tutti energumeni grandi e grossi. E in mezzo Alice. Come il colore del mare che vedi sul fondo. Bellissimo e spaventoso.
Dovrei essere teso, forse. Dovrei essere agitato perché da qualche parte lì intorno potrebbe esserci lui. Ma non lo sono. Nessuno canterà Fragile stasera. Nessuno la sentirà. Ed è già una gran cosa.
Forse riesco anche a rilassarmi. Forse riesco anche a godermi le loro canzoni, forse riesco anche a credere un po’ che sia una sera come le altre, con l’estate fuori, con il fresco del pergolato, con Alice che prova il microfono e mi guarda da lontano. Con la mia paura assorbita da qualche parte, in fondo, in lontananza. Ma sempre presente. Bevo un sorso di Coca e sento il primo colpo di batteria. Poi la chitarra.

E alla fine la voce di Alice. Comincia sempre così un loro concerto. Sempre. Sempre quella canzone. E ogni volta che sento Hard woman ho i brividi. La canta a occhi socchiusi, appoggiata con tutte e due le mani al microfono, le labbra così vicine che potrebbe baciarlo. La canta come se si vergognasse di farlo e come se volesse urlare che parla di lei, che Jagger l’ha scritta in un giorno di tanti anni fa, per una donna che ancora non esisteva e che esiste ancora. E mi fa un po’ male sentirla cantare.
Sì, alla fine ce la faccio a rilassarmi, alla fine, dopo One e Stupendo e Thunder Road e High riesco anche a rilassarmi un po’. Forse riesco anche a perdermi sul colore ambrato delle sue cosce che un bottone alla fine crollato mette in mostra fino a metà, sfrontatamente, con uno spacco lento e deliziosamente sexy. Riesco anche a sentire una punta di gelosia per quelli che la stanno guardando e per lei che mi guarda con quegli occhi che sanno di pepe nero. Riesco anche a pensare che tutto andrà bene, quella notte e che alla fine avremo qualche indizio per trovarlo. Riesco anche a dimenticare che ho una pistola sotto l’ascella sinistra e che c’è una pattuglia parcheggiata fuori. Riesco anche a dimenticare che dovrei proteggere la paura della gente e non so come fare a proteggere la mia.
Riesco a dimenticare quasi tutto.

Ma non l’odore della pelle di Alice che mi guarda dal palco. Che mi sorride piano dal palco e che distoglie lo sguardo per non scoppiare a ridere. Riesco a dimenticare tutto.
E mentre mi alzo dal tavolo per andare in bagno forse ho anche voglia di ridere.

Mentre Gabriele si alzava e usciva dal pub Alice tirava un lungo sorso di acqua quasi tiepida da una bottiglia di plastica. Poi la sentì partire. Sentì la chitarra che frullava il primo accordo. Si guardò intorno in cerca di Gabriele e non vedendolo pensò che il gruppo aveva scelto proprio la sera giusta per farle quella sorpresa lì. Che le dicevano sempre che avrebbe dovuto cantarla, che le dicevano sempre che la cantava da Dio e che un giorno le avrebbero fatto quello scherzo. Ma non quella sera. Non quella sera.
Cercò ancora Gabriele, guardò verso il tavolo e non lo vide e pensò che forse le sarebbe andata bene. Pensò che forse, tacendo, lui non lo avrebbe mai saputo. Pensò che non sarebbe riuscito a leggerglielo negli occhi. Pensò che sarebbe andato tutto bene e non doveva avere paura.
Pensò che la parole le sapeva bene e quindi quando fu il momento cominciò a cantare.

Penso alla tartaruga mentre bevo il mio gin lemon. Penso alla sensazione che provo tenendo il suo corpo in mano. Penso a quel colore, a quel blu. Penso che effetto mi fa quel colore. Cerco di sentirlo sotto le dita, ma non è la stessa cosa. Immaginare non è come sentire. Credere non è come sapere. Penso a che effetto fa vederla morire e penso a quello che mi ha detto poco prima di cantare. A come mi implorava quando ha visto il coltello. Quando ha capito che avevo saputo tutto. Tutte mi implorano, alla fine. Alla fine mi implorano tutte e io lo devo fare. Quando mi chiedono di non ucciderle. Quando mi chiedono di non farlo. È proprio lì che capisco che invece devo.
Penso alla tartaruga blu così forte che mi pare mi scoppi la testa. E alla fine non so come succede che non me la perdo.
Alla fine non so come succede che sento le note. Alla fine non so come succede che la sento cantare.
E che per l’ennesima volta credo di sapere.

“Naturalmente nessuno ha visto niente”, disse Ippoliti e Gabriele annuì, lentamente, con rassegnazione. In fondo non sapevano bene cosa cercare. E un uomo zoppo è un’approssimazione molto vaga di identikit.
“Devo andare dal questore, dopo”, aggiunse dopo un attimo di silenzio lungo come dita. “La solita cazzata della conferenza stampa.”
“Abbiamo la situazione sotto controllo”, imitò Ippoliti e si accese una sigaretta.
“Già, la situazione sotto controllo. La realtà è che non abbiamo proprio un fottuto cazzo sotto controllo, Ippoliti. E lo sai anche tu.”
“La Moroni cantava in un gruppo rock.”
Laura Moroni, trenta anni, laureata in giurisprudenza a Bologna. Praticante nello studio di un ricco e famoso avvocato. Single. La donna del parco di Corticella.
“E magari aveva cantato Fragile il giorno prima.”
“Due sere prima”, lo corresse Ippoliti. “Alla festa dell’Unità di Decima.”
Le feste dell’Unità. Tenere d’occhio anche i palchi delle feste dell’Unità era sicuramente il lavoro più faticoso. Tra tortellini e gli inevitabili stand del gioco del tappo poteva infilarsi chiunque.
“Stiamo chiedendo a tutti i proprietari dei pub se hanno notato qualcosa di strano, qualche tipo bizzarro durante un concerto. E intanto speriamo che si faccia vivo. Anche questa volta non ha lasciato traccia.”
“È arrivato al parco intorno alle sei, ha fatto il suo lavoro e nessuno lo ha visto.”
“Tranne quel pensionato.”
“Già. L’Unità per l’Analisi dei Crimini Violenti sta rompendo le palle da due giorni. Credo che vogliano il caso. E credo che il questore finirà per darglielo se andiamo avanti così.”
“Sono bravi, però. Soprattutto quella donna.”
“La Negro. Sì, sono bravi. Però questo è il mio uomo, Ippoliti. Non so se riesco a spiegarmi. Devo prenderlo. E lo prenderò. Non mi era mai capitato in vita mia di sentirmi così dentro a un caso.”
Fece una pausa. Guardò l’orologio e si diresse verso la porta.
“È ora. Vado a fare la mia apparizione televisiva.”
Uscì nel corridoio pensando a quell’uomo, all’uomo della canzone, come lo chiamava delle volte nella sua testa. E chissà come suonava nella sua testa quella canzone, chissà quella pioggia avrebbe lavato le sue macchie. E chissà quali erano le macchie da lavare.
Aveva paura. Paura di non farcela e di perdere il caso. Paura di non farcela e di sentirsi sconfitto. Paura di sembrare sconfitto. Paura per Alice. Paura di non darle aiuto, sostegno, di non starle vicina in quei giorni.
Paura di non riuscire a tenere acceso il suo sorriso.
Aveva paura e con la paura entrò nella stanza foderata di giornalisti e si sedette di fianco al questore.

Quanti capelli che hai canta Dalla e io guardo Alice che parla al telefono e ascolto la sua voce, senza ascoltare le parole. La guardo muoversi per casa e sento il suo profumo sulle cose. Sui piatti, sulle forchette, sui muri. È un profumo che forse non si sente, forse lo sento solo io. Porta a spasso un paio di jeans chiari che adoro perché la avvolgono come un abbraccio largo che sa di lenzuola pulite e di bagnoschiuma.
La guardo camminare a piedi scalzi e la sento sorridere e mi sento piccolo piccolo. La camicia bianca le disegna il seno e per un attimo ci lascio appoggiate le pupille e le fantasie, poi mi abbandono ai miei pensieri. Dopo qualche secondo arriva e si stende di fianco a me.
“Domani sera suoniamo al Bistrò”, mi dice sorridendo. So che cercava di andare a suonare lì da molto tempo e sono contento. E sono contento due volte perché nel loro repertorio non c’è quella canzone là. Quella che oggi la radio ha provato a passare e io ho dovuto cambiare canale.

Da stasera tutti i locali di Bologna in cui si fa karaoke e si suona dal vivo sono sorvegliati. Agenti in borghese in mezzo alla gente, una pattuglia fuori dal locale. Attenzione particolare alle canzoni. A chi le canta. A chi le ascolta. Un uomo zoppo, probabilmente abbastanza giovane da tirare quelle coltellate. Forse con un Ducato bianco. Indossa un paio di scarpe sportive, probabilmente da ginnastica. Abbiamo trovato le impronte nel terreno, a Corticella. Un quarantatre. Probabilmente è anche alto.

“Cosa facciamo stasera?” mi chiede Alice sistemandosi un cuscino dietro la schiena.
Le accarezzo le dita e tutto mi sembra terribilmente giusto. Tutto quello che sono, tutto quello che faccio. Facciamo l’amore tutta la notte vorrei risponderle, ma non lo faccio. Chissà perché non lo faccio. Forse perché per dire una cosa come quella ci vuole una sicurezza in se stessi che io non ho.
So essere sfrontato, non sicuro. Potrei dirle una porcheria, non guardarla negli occhi e dirle che ho i brividi al pensiero di averla addosso. Così non dico quella frase, ma continuo a pensarla, continua a ronzarmi nella testa come un secondo pensiero, come una colonna sonora, come una canzone che passa la radio della mente.

La porto a mangiare le crescentine e la faccio anche guidare. E le faccio anche sbagliare strada, arrampicata su per le strade e i tornanti che portano al castello di Serravalle. Poi la guardo sedersi nella grande sala di pietra a vista col caminetto. La vedo rilassarsi e la guardo mangiare le crescentine. La guardo impugnare la forchetta e penso che ha col cibo lo stesso rapporto che vorrebbe avere con la vita. Vorrebbe mordere le giornate e le emozioni come fa con il prosciutto e il guanciale. Ma con le giornate non è così semplice. Con gli attimi e le decisioni, con le persone e le sensazioni non sempre riesce.

“Sei cambiata, sai?”, le dico. E lei smette per un secondo di masticare e mi guarda. “In che senso?”
Aspetto un attimo. Non so le voglio rispondere. Poi decido che me ne frego.
“Sei più consapevole e più dolce. Sei più decisa e serena. Sei più leggera, come se le cose ti venissero più facili. Come se le priorità fossero cambiate. Come se sapessi che puoi affrontare il quotidiano. Più leggera.”
“E tu sempre il solito melenso”, mi dice, ma sorride.
“Ah sì? Pensa, sono anche convinto che tu lo sia per merito mio…”
“Pure. È arrivato lui…” Azzanna l’ultima crescentina.
“Perché non è vero?”
“Può darsi”. Vocali allungate. Gli angoli delle consonanti smussati. La p dovrebbe sembrare un sasso che cade in uno stagno e invece è il sedere di un bambino che rimbalza su un tappeto elastico. La d è come un colpo di gong, ma lei la pronuncia come una goccia di vino che cade sul tavolo. La sua voce ha un sapore.

Scendendo guido io e lei dopo un po’ si stende con la testa sulle mie gambe e si addormenta. Le luci della notte, i neon dell’Euromercato, l’asfalto della tangenziale lucidato di giallo dalle luci degli svincoli.
Sto in silenzio, ascoltando la radio bassa bassa e il peso del suo corpo che mi usa come materasso. Le accarezzo i capelli e mi passo una mano sul volto per sentirne il profumo. Fermo a un semaforo la guardo. E mi viene da sorridere. E un po’ mi commuovo anche, ma non so perché.
Un tipo parte al verde sgommando e per un attimo penso se zoppica oppure no, ma è solo un secondo. Solo un momento. Ho la mente sgombra e qualcosa dentro che mi fa sentire che sono vivo.

Poi arriviamo a casa.
“Buonanotte, stella”
La bacio piano. Ha le labbra morbide e tutti e due sappiamo un po’ di vino.
E di serenità, spero.
“Buonanotte” mi risponde e resta lì, appesa. La guardo e la bacio di nuovo.
“Sogni d’oro” dice e la vedo uscire e andare in casa senza chiederle se vuole che salga, senza chiederle se ha voglia di compagnia stanotte, senza dirle – ma pensandolo ancora – facciamo l’amore tutta la notte. Senza dirle che sono innamorato di lei.

Me ne vado appena la vedo sparire dentro il portone. E sento lo spazio della macchina improvvisamente vuoto in un modo terribile. Credo che sia così che si manifesta la mancanza. Uno spazio vuoto che nessuno riempie.
In una casa, su un divano, in un’auto. Dentro di te.
Ci penso mentre guido lentamente per i viali. Ci penso a quanto mi manchi.
Ed è dolce in un modo misteriosamente doloroso.
Ancora non so che quella stessa mancanza può invece essere terribilmente spaventosa e angosciante.

C’è il sole e fa caldo.
“Fai andare via quella gente” dico a Ippoliti mentre scavalco la striscia di plastica con cui è stata chiusa quella parte del parco. E penso che forse qualcosa questa volta gli è andato storto.
La donna è lì, legata come la seconda. E ha la gola tagliata, come la seconda. Gli occhi sono spalancati e la testa piegata in modo innaturale, come la seconda. E so che scopriremo che ha qualcosa a che fare con la musica, come le altre due. E lo so perché le ha piantato un cartello al petto, dentro la solita busta di plastica, con il solito chiodo. Mi chino e lo leggo.

Tomorrow's rain will wash the stains away
But something in our minds will always stay

E penso che è vero quello che c’è scritto.
Arriverà una pioggia, prima o poi, che cancellerà questa macchia. Ma qualcosa resterà sempre dentro di me. Qualcosa che non mi farà dormire. Che non mi farà pensare e che mi sveglierà la notte, da qualche parte a ricordarmi qualcosa che forse non capirò.
Ma ora lo so. E mi fa paura.

All’uomo ha dato cinque o sei coltellate. La prima al collo, perché non riuscisse a gridare. Poi al torace, al petto. Probabilmente non è durato più di qualche minuto. C’è sangue dappertutto. E non ho niente da vedere, niente da chiedere. Tanto so già praticamente tutto.
C’è il sole e fa caldo. È ancora estate.

Ippoliti e io ce ne andiamo in silenzio, come due estranei che camminano per caso uno a fianco all’altro sul marciapiede. Una tizia della televisione cerca di tagliarci la strada ma non la vedo nemmeno.
Penso a Alice e al suo sorriso. Penso al suono che ha la sua voce quando ride, quando piange. Quando è felice, quando è incazzata, quando è triste, quando è serena. Penso a qualcuna delle cose che mi ha detto e raccontato e non faccio fatica a rievocarla, non faccio fatica a sentire in testa la sua voce e il suo mondo intorno a me. Non faccio fatica a sentirmi più sereno, ma anche più preoccupato, come se il mondo che mi circonda tutti i giorni fosse separato da lei, dal mondo in cui viviamo insieme. Ma in realtà non è così.
Nella vita niente corre separato. E forse il bello è proprio questo.

Poi non so come mi viene in mente di ripetere quella domanda. Non lo so. So che la risposta non mi sorprende.
“Gli hai chiesto cos’ha cantato?”
“La Dionigi?”
Ippoliti mi sembra uscito di scatto dai suoi pensieri. Stringe il volante più forte. Come un naufrago che si aggrappa alla scialuppa di salvataggio.
“Sì, la Dionigi. Al karaoke.»
“Fragile” mi risponde.
E nemmeno toglie lo sguardo dalla strada.

C’è il sole, ma non fa caldo.
Almeno io non lo sento. Dicono che sia un’estate strana. Ma io me ne sbatto. Adesso sto solo male. Prima stavo solo bene, prima che succedesse. Ma adesso no. Adesso sto solo male.
Non doveva succedere. Me lo dicevano sempre che devo stare attento. Me lo dicevano sempre che se non sto attento poi faccio delle cazzate. Pensa, devi pensare. Non ho pensato.
Ho dovuto. Ho dovuto. Mi guardava. Cazzo, gli ho detto non guardarmi. Gliel’ho detto due volte, ma non mi ha sentito. Se non mi avesse guardato, se non avessi visto i suoi occhi forse lo avrei lasciato andare. Forse gli avrei detto corri, vola, vattene. Ma così no. Lui mi ha visto e ha capito. Ha capito perché lo faccio.
Ma sto male. Lui non c’entrava con la musica. Lui non c’entrava con le note.
C’è il sole, ma non fa caldo. Eppure qui in mezzo a questa gente c’è una gran puzza. L’odore del sangue, dicono che sia. O forse è semplicemente sudore.
Tutta questa gente che guarda. Le strisce di plastica che chiudono la zona, tutti quei poliziotti, tutte queste persone che parlano piano, che chiedono. E i giornali, le televisioni, la paura della gente. Hanno paura di me.
Forse anche lui, anche quel Gabriele Riccardi. L’ho visto alla televisione, sui giornali e adesso lo vedo che scavalca la striscia gialla e parla. Parla con quel tale che non so chi sia e che fuma. E cammina forte.
Chissà se anche lui mi guarderebbe come ha fatto quel tipo stamattina.
Forse sì, forse sì. Lo hanno sempre fatto. Guardarmi. E non capire. Non capire. Solo la musica. Solo la musica poteva capire. E la musica me le ha portate. La musica.
Il tagliagole sussurra una signora anziana qui vicina a me. Che nome di merda. Non fa nemmeno paura. Un nome di merda. Da giornalisti.
La gamba mi fa male, adesso. La gamba mi fa un male da cani, adesso.
È meglio che vada, meglio che vada.
Piano piano. Piano piano. Come sempre.
Tanto se mi muovo in silenzio nessuno potrà mai vedermi.

Correva forte, quella mattina. L’aria era fresca, ma non troppo. Calda, ma senza attaccarsi alla pelle e alle labbra. L’ideale per fare jogging.
Bologna, alle sei del mattino ha un’espressione che assomiglia a quella dei suoi vecchi. Serena, ma mai indifferente. Faceva quella corsetta tre volte alla settimana, con la neve, con la pioggia, malgrado la moglie avesse cominciato da un paio d’anni a dirgli che era troppo vecchio per quel freddo e troppo vecchio per quel caldo. “Cosa vuoi che m’accoppi?”, rispondeva lui e usciva. In fondo aveva solo sessantasei anni. E anche se lei non lo sapeva il suo sogno era festeggiare i settanta correndo la maratona di New York. Probabilmente se lo avesse saputo l’infarto lo avrebbe avuto lei.
Quella mattina era una bella mattina. La pioggia della notte aveva lavato via l’umidità e l’asfalto luccicava piano di tante piccole gocce, come le lucciole che ricordava da bambino.
Stava tornando indietro quando la vide.
In quel punto, proprio dove passava tutte le mattine, sulla strada che taglia via uno spicchio al parco di via Corticella.
E allora si fermò. Piano, che non ci si deve mai fermare di botto.
Ma la vide. Aveva visto bene. Era una mano.
“Ben ma csa i è…”, sussurrò, avvicinandosi all’albero.
E quando capì pensò che quella era stata la sua ultima mattina di footing.

Ippoliti stava spiegando a Gabriele quello che Nardi gli aveva raccontato, quando arrivò la notizia.
“Sandra Dionigi era stata in un pub dove fanno il karaoke due sere prima di morire. È un posto verso San Lazzaro. La Pergola, si chiama. Nardi dice che c’andava spesso”.
“Gli hai chiesto cos’ha cantato?”, domandò Gabriele, ma non ottenne la risposta che aspettava. Ci sono cose che fanno cambiare le priorità. Avvenimenti che archiviano quello che ci sembra indispensabile e lasciano il posto ad altri attimi, altre situazioni.
“Hanno trovato due corpi in un parco, a Corticella”, annunciò un giovane poliziotto, ansimando le parole come uno che muore soffocato. “Una è una donna, l’hanno sgozzata”.

Sto parlando piano e mi accorgo che si è addormentata.
Sento le contrazioni dei muscoli delle gambe, le mani che si muovono piano. Sorride, come i bambini. C’è una foto che ho fatto al bimbo di una mia amica in cui sorride così. Dormendo.
Coì mi lascio andare indietro sul divano e penso.
Penso che forse lui ne ha già presa un’altra. E penso che qualcuno che dorme, su un divano o su un letto, magari la sogna e non lo sa.
Penso ad Alice così forte che vorrei entrarle nei sogni. Nell’enigma dei suoi pensieri in cui a volte mi specchio. Tra le dita. Ha un pigiama bianco addosso e il colore la rende morbida e un po’ indifesa.
Penso a tutte le cose che vorrei dirle in un momento come questo. E ascolto il silenzio che cala sulla stanza quando spengo la televisione che nessuno ascoltava. Sento il silenzio che è come una parola e le accarezzo piano la nuca, fra i capelli. Penso che ci deve esser da qualche parte qualcosa di buono e di giusto che ho fatto per poter fare un gesto così. Penso a quella canzone che adoro e che da oggi non so più come riuscirò ad ascoltare.
Penso che in fondo la fragilità di un attimo è proprio come la pioggia, proprio come le parole della pioggia. Quelle che vengono a raccontarci quello che siamo.
Penso che toccare quei capelli, che sembrano una stoffa morbida, mi rende felice. Ed è un gesto semplice. Come sorridere. O parlare. O comprarle un regalo come ho fatto oggi e tenerlo per un momento speciale.
Penso che io vorrei essere speciale. Anzi, no. Vorrei essere speciale per lei.
Penso a un posto umido e scuro. Chissà perché me lo immagino così. E a qualcuno che piange. E so che quando andrò a dormire potrà capitare che me lo sogni.
La sento muoversi e la vedo che si scosta i capelli dal viso. Lo stesso gesto che fa da sveglia, ma senza difese. Pura innocenza infantile e m chiedo se è così che funziona. Se tutto quello che abbiamo mentre siamo coscienti non è solo la maschera che abbiamo messo al bambino che è dentro.
Penso che lei di maschere deve averne messe tante e che con occhi così lunghi e silenziosi e sorridenti deve aver visto la sabbia di un deserto tanto grande.
Forse è per questo che le bacio la punta di un dito e lei mormora qualcosa che non capisco e non voglio capire.
Poi la prendo in braccio, leggera. Nemmeno se ne accorge. E mi avvicino alla camera da letto.
Dopo pochi passi apre gli occhi. “Cosa fai?”
“Porto a letto i bambini.” Sorridiamo insieme.
Chiude di nuovo gli occhi. Sento il corpo abbandonarsi.
“Peso, vero?”
“No, sei una piuma.”
Le scappa una risata che sembra una piccola pernacchia.
Ed è lì che lo capisco. Poco prima di stenderla sul letto.
Ha ragione lei.

Io quello lo prendo.

Sono in una specie di strana trance quando Ippoliti entra col referto dell’autopsia di Sandra Dionigi e Dora Trentin. E mi risveglio solo quando lo leggo. Quando ho qualcosa da capire. Quando riesco a indirizzare i pensieri in un punto preciso. Vicino.
E capisco come ragiona. Capisco cosa fa. Almeno in parte. Ancora non capisco perché. E non capisce nemmeno Ippoliti quando gli dico di andare da Nardi. Di trovarlo.
“Chiedigli se la Dionigi cantava in pubblico o suonava. Per caso, per mestiere, per passione. Se fischiettava per la strada o chissà che cosa. Chiediglielo e insisti se non ricorda. Deve esserci qualcosa.”
Glielo dico convinto. Convinto e sicuro. E spaventato.
Spaventato perché so che non basta. Perché so che mi serve un’altra vittima. Un altro appiglio. Spaventato perché per trovare un punto con un gps ci vogliono tre coordinate satellitari. E io ne ho solo due.
Spaventato perché so che qualcun altro deve morire perché io possa trovare chi sto cercando.
E io non posso far niente per impedirlo. Solo aspettare che accada e raccogliere tessere, muovere pedine, soldatini di piombo.
Il referto dice che le due vittime non hanno mangiato nelle trentasei ore che precedono la loro morte. E nessuno le ha viste.
Così so con chi sono state. So perché quei segni di corda che Dora portava sui polsi. E lo dico al questore, quando mi chiama, che questo tipo le rapisce e le tiene un giorno con lui prima di ucciderle. Prima di aprirle la gola col coltello. Glielo dico, ma lui pare che non mi ascolti e parla parla parla sempre e solo della stampa. Di quello che bisogna dire o non dire alla stampa. E io insisto che la canzone non deve venire fuori. Che nessuno deve sapere della canzone. E lo dico sapendo che non so nemmeno se mi ascolta.

Così telefono ad Alice e le racconto tutto, le racconto ogni cosa e so che non dovrei farlo, so che dovrei tacere e non buttarle addosso tutta quella merda. Le racconto della canzone e del chiodo nel petto, delle corde, dei rapimenti, le racconto tutto, tutto quanto.
“Ho paura” le dico alla fine e sento il rumore del silenzio che mi trapana i pensieri.
“Io no. Perché so che lo prenderai” mi risponde.
E mi scappa un sorriso mentre la ringrazio di esistere.

“No, Dora non è venuta a dormire da me, commissario. All’ultimo momento mi ha dato buca.”
Anna Berardi parlava come chi aggiunge dolore al dolore. Come chi vive in preda all’istinto di sopravvivenza. E nonostante tutto le esse che la parola commissario la costringevano a pronunciare davano alla sua cadenza un tono allegro, quasi sereno.
Gabriele la guardava. Probabilmente era una bella donna, prima che la lasciassero. “E sa perché?”
“Mi ha detto che era stanca. Che preferiva tornare a casa. Ma evidentemente…”
“Evidentemente?”
“Evidentemente non c’è andata.”
Gabriele annuì. “Aveva un fidanzato, che lei sappia?”
“No.” Risposta secca. Senza possibilità di replica. Una pietra buttata in uno specchio d’acqua. Non saltella.
“Si vedeva con qualcuno?”
“No, non si vedeva con nessuno. Sa, Dora era una persona… riservata, ecco… riservata. Non era facile entrare in sintonia con lei. Troppi silenzi, troppe paure.”
“Sì, credo di capire.”
“Lei crede che quella sera lui l’abbia…»
“A casa non è tornata, signorina Berardi” la interruppe Gabriele. Poi una pausa. Lunga. Ippoliti, lì, si sarebbe fatto una sigaretta. Ma Ippoliti non c’era. “Un’ultima domanda poi la lascio andare. Lei era al concerto della sua amica l’altra sera?”
“Sì.”
“So che le sembrerà strano, ma hanno suonato una canzone di Sting?”
“Fragile?”
“Proprio quella.”
“Perché me lo chiede? Ha qualche attinenza con…”
“Pura curiosità, signorina. Mi creda. Non posso dire altro.”
Le si accendono gli occhi. Si accendono proprio, come un semaforo. Solo che sono castani.
“Sì, l’hanno fatta. Per la seconda volta. La prima era stata una settimana fa. A Budrio. Me lo ricordo bene.”
Sorride, mentre pensa all’amica sorride. A volte la morte non cancella tutto. A volte i ricordi servono.
“Perché se lo ricorda bene?”
“Perché Dora si era preparata molto. Era preoccupata. Sa, lei non era una cantante.”
“Non capisco.”
“Beh, le piaceva quella canzone. Le piaceva un sacco. L’avevano riarrangiata per un quartetto jazz. La facevano proprio bene. E lei aveva voluto provare. Ed era stata così brava. Era così contenta…»
“Vuol dire che…»
“La cantava lei. Fragile la cantava lei.”

Di Ford Transit a Bologna, fra nuovi, usati, bianchi, grigi e colori simili ce ne sono un centinaio. Senza contare i nuovi modelli. Così quando mi portano un elenco di tutti quelli che ne hanno uno, comprese le ditte grandi e piccole, capisco che anche stavolta non ho niente per le mani.
E che forse è più importante che sia zoppo piuttosto che sapere che guida un furgone. Uno zoppo lo riconosci.
Mi sono rotto un legamento una volta e sono stato zoppo per un breve periodo della mia vita. Prima sono stato uno sdraiato, poi uno stampellato e infine uno zoppo. E la gente, per la strada, ti riconosce e ti guarda. Anche quando non sa di farlo.
Non amiamo il diverso. E diamo l’elemosina in giro per placarci la coscienza, non per amore del prossimo.
Uno zoppo e una canzone. È tutto quello che ho. E per la verità non è nemmeno vero, perché quando Ippoliti mi porta i giornali mi rendo conto che c’è dell’altro.

Tutta la stampa nazionale. Un peso che non so se sono pronto a sopportare. E che mi tocca di sopportare perché sono di fianco al questore quando fa una dichiarazione per il telegiornale e dice che non ci sono motivi per preoccuparsi e per doversi allarmare e balle di quel genere.
Perché io lo so che ci sono motivi per preoccuparsi, invece. Eccome. Lo so.
So che mezz’ora dopo il telegiornale dell’una abbiamo già ricevuto una ventina di email di mitomani che dicono di essere il killer e che dobbiamo controllarle tutte perché non si sa mai.

So che due minuti dopo il telegiornale dell’una mi arriva un sms di Alice che dice la televisione ti ingrassa :-)) ed è l’unica cosa che mi fa ridere.
So che adesso ho un furgoncino de “La vita in diretta estate” e uno di “Misteri” che staziona secco davanti all’uscita della questura e che non posso più uscire e farmi due passi perché mi assassinano i maroni.

E in mezzo a tutto questo gioco che per me non è un gioco so anche che lo devo prendere, lo devo trovare e fare alla svelta.
Perché se lo faccio divento un eroe.
Perché se non lo faccio sarò sempre quello che ha lasciato che il tagliagole - come lo ha soprannominato uno squinternato che scrive sul Carlino – facesse i cazzi suoi con chi gli pareva.
Ma soprattutto perché lo sento dentro. Perché lo devo a me stesso e alle mani di quella donna. Al respiro interrotto di Nardi. E al prossimo parente della prossima vittima perché so che ci sarà. Perché so che devo aspettare che mi faccia un regalo, lui o la fortuna, per poter capire da che parte devo sbattere la testa.

Così passo il pomeriggio a pensare e quando i pensieri mi fanno troppo male mando un messaggio ad Alice e riesco a non sentirmi terribilmente solo. Solo con la mia paura.

Poi succede qualcosa. Succede che scopro che Dora suonava il contrabbasso in un gruppo jazz. E che aveva fatto un concerto alla cantina Bentivoglio due sere prima di essere ammazzata. Succede che la madre mi telefona e mi dice che non sa se è importante ma la ragazza le aveva detto che quella sera sarebbe rimasta fuori a dormire, a casa di un’amica che era stata appena lasciata dal fidanzato. E che l’amica, parlando con lei, le aveva detto che invece non c’era mai andata. Succede che nella vita di Dora Trentin ci sono due notti buche e in una delle due non so che cos’ha fatto.
Succede che mi viene una strana idea e allora mi faccio dare il numero di quest’amica, ma non la trovo né a casa né sul telefonino. E allora lascio detto alla segreteria che mi chiami il giorno dopo.

Succede che Alice mi invita a cena e allora so che posso dimenticarmi tutto. Che posso spegnere la luce, la testa, i ragionamenti e i pensieri cattivi e pensare solo a lei. A come si muove e a come respira. A come sposta i capelli con le dita e a come mi guarda.
E quindi, in fondo, semplicemente a come siamo insieme.

“Ti amo. Te l’ho già detto stasera?”

Alice sorrideva.
La stanza viveva di una piccola luce gialla, tenue, appoggiata a un angolo, che reggeva i colori delle cose con precisione senza annoiare gli occhi. In televisione un branco di scimmiette di una strana specie color grigio tentava di svezzare un piccolo, di un improbabile color arancione acceso. Alice guardava e rideva.
“Guarda che bello!”, diceva ogni tanto quando l’inquadratura mostrava alcune buffe espressioni del piccolo. Era distesa sul divano, allungata come su un triclinio. Un braccio che penzolava lieve dal divano, l’altro appoggiato sulla pancia, leggermente scoperta. Pelle fine, liscia, abbronzata che Gabriele accarezzava piano, in punta di dita. Sperava che quell’odore gli restasse attaccato, per poterlo sentire quando lei non c’era. A volte succedeva.
“Sembra un bimbo!”
“Oh è da lì che veniamo…”, sussurrò lui.
Alice si voltò a guardarlo. “Te verrai da lì”, rispose e scoppiò a ridere. E Gabriele con lei. Quando rideva gli si muoveva qualcosa dentro, da qualche parte. E tutte le reazioni positive che un uomo può provare nei confronti di una donna – amore, passione, tenerezza, simpatia – salivano come su scale mobili. In quei momenti le parole non bastavano mai. Si arrampicò sul divano e la baciò.
“Sta giù”, disse lei senza convinzione. E ricambiando quel bacio.
Lui sorrise e non si mosse. La vide muovere le labbra, maliziosa, intrigante, sensuale, una porta socchiusa che ti invitava ad entrare. Ma che non andava mai spalancata di colpo. Almeno non sempre. Non quella sera.
La baciò di nuovo. Sentiva la curva del suo seno sotto al torace. Pieno. Morbido secondo i ritmi del respiro.
“Devo scendere?”
Un altro bacio. Piccolo. E poi ancora.
Le prese le mani. Dita intrecciate. Adorava quelle mani forti da ragazzaccio. Come le muoveva. Come si toccava i capelli specchiandosi da qualche parte. Da qualsiasi parte che potesse riflettere la sua immagine.
Le baciò la punta delle dita e i polsi. E la vide, con la coda dell’occhio, che osservava la scena.
E dimenticò le scimmie. Dimenticò quel corridoio e le dita di quella donna.
Dimenticò tutto, il presente e il passato. Il sangue. La paura.

La giornata scivolò via e l’ultimo pensiero razionale che ricordò fu che avrebbe voluto far provare a lei quella strana sensazione di piacevole dolore che sentiva ogni volta che avvertiva che di lì a poco avrebbe baciato il suo corpo nudo.

Se a Bologna vuoi scopare e hai una macchina, ma non una casa, un amico compiacente e nemmeno abbastanza soldi per una camera d’albergo allora il parco Cavaioni d’estate è una buona meta. Io sono allergico a parecchi fiori e fare l’amore in mezzo ai campi non è mai stato il massimo, a meno di non stare con una a cui non danno fastidio i miei starnuti continui.
Ma il tipo con i capelli biondi, lo sguardo fetente e pochi chili attaccati a un corpo lungo e alto evidentemente non soffre di questo problema.
Ha poco più di diciotto anni e quando gli ho chiesto cos’era andato a fare lassù alle tre e mezza del mattino, ha abbassato gli occhi e spiegato che voleva stare un po’ da solo con la sua ragazza. La ragazza in questione è bruna, piccolina, carina nella sua giovinezza e terribilmente spaventata. Così parla lui, se non mi rivolgo direttamente a lei. Si chiama Daniele. Lei lo chiama Danny.
“Raccontami del furgone” gli dico e lui la guarda. Lei gli fa un cenno e lui le sorride. Le tiene la mano.
“Era bianco. Un Ford Transit. Ma il modello vecchio. Me ne intendo. Mio zio li vende quei furgoni lì. Ha una concessionaria.”
Parla un po’ a scatti. Le parole gli escono in fretta.
“E quando lo hai visto?”
“Ci ha sorpassati, ma non penso che ci abbia visti. Sa, la mia macchina è nera e il posto…beh…il post è buio. E lui stava attento.”
“Cosa vuol dire che stava attento?”
“Che ha parcheggiato lontano da noi, dall’altra parte. Il parcheggio, dalla parte del boschetto è lungo e stretto e scende giù per…”
“…lo so” lo interrompo. “Ci sono stato anch’io.” Gli sorrido. Un po’ perché è vero che anch’io sono stato lassù. Un po’ per cercare di tranquillizzarlo. Perché lui ancora non lo sa, ma i giornali di mezza Italia si laveranno le mani su questa storia e lui avrà una gran paura. Quindi se non comincia ad averne adesso è meglio.
“beh…sa com’è allora…” continua e mi sembra più sciolto. Lei è arrossita. “Quando qualcuno arriva lo vedi. I fari, le luci e tutto il resto. Ma si mettono sempre lontani. Quando non c’è nessuno come ieri è facile. Tu alzi un attimo gli occhi, guardi, vedi dove stanno, vedi le luci che si spengono e te ne sbatti”, mi spiega e accompagna tutto con qualche movimento della testa.
“E poi?”
“Poi però ho sentito gli sportelli che aprivano. Prima uno poi il portellone che fa un rumore diverso. Come un qualcosa su una rotaia. E allora ho alzato di nuovo gli occhi. E l’ho visto.”
“Che cosa hai visto?” lo incalza Ippoliti che ha un vocione troppo grosso e lo innervosisce di nuovo.
“Raccontami, Danny.” Cerco di rimetterlo buono. “Raccontami cos’hai visto.”
“Ho visto un tipo che prendeva qualcosa dal Transit. Una specie di sacca, mi pare. Se l’è messa a tracolla e poi si anche un’altra borsa, grande, tipo quelle che si usano quando si fanno dei viaggi lunghi.”
“Una valigia cargo?”
“Sì, ma morbida, non dura. Come una grande borsa da tennis.”
“Poi?” Ippoliti si accende una sigaretta.
“Poi è sparito nel boschetto. Non ci ho fatto molto caso. Da quelle parti c’è qualcuno che dice che ci fanno le messe nere e di gente strana ne vedi sempre. Ma se ti fai i cazzi tuoi non ti rompe le palle nessuno.”
“E il tipo? Che fine ha fatto?”
“Beh non c’ho fatto molto caso. Mi sono accorto che era tornato perché ho sentito il furgone che andava in moto e poi le luci. E poi è andato via.”
“In tutto quanto sarà stato nel bosco.”
“Beh, a occhio così…non più di cinque minuti. Dieci al massimo. Non avevamo ancora…”
“Sì, sì, ho capito” lo interrompo prima che mi racconti le sue gesta ginnico amatorie. Che bella età. Lei ormai è paonazza. Gli dà una botta sulla spalla, con la mano aperta. Le chiedo se ha visto qualcosa in più e lei mi dice di no con una vocina sottile sottile che pare faccia fatica a uscire e che mi strappa un mezzo sorriso.
“Dimmi di lui. Come ti sembrava.”
“Era lontano, commissario. Gliel’ho detto. E non ci ho fatto troppo caso. Abbastanza alto, però. Meno di me. Come lei.” Mi indica. “Ma era buio, cosa vuole che possa aver visto.”
“Un uomo, comunque. Sei sicuro che non fosse una donna?”
“No, commissario. Un uomo. So riconoscere una donna.” Sorride. A quell’età se non fai il fenomeno davanti alla tua ragazza sei finito. Ecco perché andavo sempre in bianco.
“E non ha visto nient’altro? Che so…un paio di pantaloni, la targa del furgone, il colore.”
“Chiaro. Direi bianco. Li fanno tutti bianchi quei furgoni lì. Gliel’ho detto che li conosco.”
“Sì, me lo hai detto. Dunque un uomo con un furgone bianco e due sacche. Una grande e una piccola. È tutto quello che hai visto? Niente di più sull’uomo? Davvero niente?”
Ci spero. E a volte succede che le speranze si avverino. Così è lei, con quella vocina piccola piccola che mi spara dritto in mezzo agli occhi.

“Zoppicava, signor commissario. Non le so dire con quale gamba, ma zoppicava.”

« Cosa sta succedendo, commissario?» mi chiede Ippoliti e io non so cosa rispondere. Eppure sono io quello che dovrebbe avere delle risposte, io quello che deve spiegare le cose.
Io che devo capire. Come se fossi il depositario di tutte le risposte del mondo. Una risposta è una cosa precisa. E io devo dare una risposta precisa a una domanda inquieta, non ferma.
E mi sento rispondere « non lo so » semplicemente e con voce un po’ traballante. E per fortuna arriviamo dove dobbiamo arrivare.
Il corridoio che bisogna attraversare per arrivare alla sala autopsie è lungo, bianco e puzza di candeggina. Non la posso più usare nemmeno in casa da quando giro per posti così. Non la posso usare perché per me è diventata l’odore della morte. Non il dolciastro della decomposizione che ho visto tante volte vivo negli occhi di un cadavere. La candeggina di quel corridoio. La morte assume i volti più strani ed impensabili.
La ragazza non aveva documenti. Le sue impronte digitali non sono schedate da nessuna parte e siamo qui insieme a qualche coppia di mezza età che aspetta, sperando, di non riconoscere sua figlia sotto a quel lenzuolo.
Di solito non vado a queste processioni. Di solito non mi metto a fianco del cadavere a guardare i volti dei famigliari che socchiudono gli occhi quando il dottore alza e abbassa il lenzuolo. Di solito non lo faccio. Ma stavolta sì. E anche qui non ho un perché. Come non ho un perché quando una donna piccola, bionda, le mani che tremano e che nessuno tiene strette perché è lì da sola mi guarda dritto negli occhi e mi taglia lo sguardo.
« È Dora. »
Tutto qui. Non c’è bisogno di dire altro. Non importa sapere che Dora è Dora Trentin. Che Dora vive a Bologna ma è nata a Conselve. Che lavora in una scuola materna e che non ha un fidanzato. Che vive con la madre perché suo padre è morto da sei anni con un tumore al pancreas. Non serve dire più niente.
Basta dire è Dora.
Così quando esco di lì, tenendo la mano di quella donna che mi arriva sì e no alle spalle e che per tutto quel fottuto lunghissimo corridoio non dice una sola parola, quando mi ritrovo davanti il cielo di Bologna chiazzato da nuvole grigie portate da un vento giunto da chissà dove, mi viene da pensare che la persona che ha incontrato Dora potrebbe essere chiunque, uno qualsiasi là fuori. Il mio giornalaio. La vicina di casa di Ippoliti. Il figlio del parcheggiatore di Piazza Roosvelt, magari. Potrei avergli offerto un caffè o una brioche. O tagliato la strada con la macchina o mandato a fare in culo perché mi ha sorpassato da destra.
Chiunque.
E come combatti contro chiunque? Come glielo do un volto a uno così.
« Mi spiace, signora » dico soltanto mentre il vento mi scardina dalla testa la mia improbabile pettinatura. E lei mi guarda e trova anche lo spazio per farmi un sorriso di cortesia. E io la guardo allontanarsi, senza neanche sapere per dove e mi chiedo cosa penserà stasera ritornando a casa.
Sto pensando che forse non sentirà il silenzio, ma magari ancora qualche passo della ragazza che ritorna, che si muove. Sto pensando delle cose così e una rabbia strana e che non capisco mi sta salendo da qualche parte, dentro quando Ippoliti mi tocca una spalla e solo allora mi accorgo che sta parlando al telefonino.
Solo allora mi accorgo che ha una strana luce attaccata allo sguardo;
« Abbiamo un testimone » mi dice con un mezzo sorriso. « C’è uno che lo ha visto. »

Leggo il testo della canzone e non capisco.
Non c’è niente in questa canzone. Non c’è nessun appiglio. Niente che mi aiuti a capire.
La pioggia cadrà come lacrime da una stella e ci dirà quanto siamo fragili.
Forse è lì il succo di tutto. Forse il succo di tutto sta nella fragilità.
Mi sento spesso fragile. Un arbusto nella tempesta. Sono tante le cose che mi fanno sentire fragile. Gli occhi di Alice, ad esempio. Quella forza. Quel coraggio. Io non ce l’ho. Ne ho la conferma continuamente. L’ultima volta guardando Nardi. E mi sento debole anche adesso, qui, davanti a queste righe. Perché non so cosa si nasconda dietro, cosa ci sia dietro queste parole. E perché sento che qualcosa deve succedere. E che non sarà l’ultima volta che leggo questa canzone, che ne sento gli accordi.
Così quando Ippoliti mi chiama non mi sorprendo. Così quando Ippoliti mi dice quello che è successo non mi sorprendo.
E mi fa un po’ paura pensare che in fondo sono anche contento.

“Le ha tagliato la gola”, disse Ippoliti e Gabriele annuì senza guardarlo.
Guardava il corpo.
Era una donna giovane. A occhio non più di trentacinque anni. Le mani legate dietro alla schiena. La corda era stretta. Le rigava i polsi. Aveva i capelli scuri e una strana espressione sul viso. Qualcosa che assomigliava a un sorriso che le increspava il labbro superiore. Portava un paio di corsaire rossi e dei sandali.
Un poliziotto si avvicinò al corpo e scattò una serie di fotografie. Gabriele si sorprese a pensare se qualcuno le avesse mai fatto tante foto quand’era in vita. Se avesse mai permesso a qualcuno di fotografarla così. E pensò che probabilmente lo avrebbe anche fatto. Se glielo avessero proposto.
Seduta per terra, appoggiata al tronco di quell’albero, mentre il parcheggio del parco Cavaioni diventava una specie di boschetto, la testa reclinata da un lato, i capelli lunghi che coprivano in parte lo squarcio sul collo, aveva una strana sensualità.
Il torso magro e muscoloso, le gambe distese, il seno nudo e pieno.
Potevi anche pensare che fosse viva. Che quelle corde con cui era legata fossero una specie di gioco e che il ragazzo che la fotografava senza guardarla fosse un innamorato o un amante che giocava con lei come in fondo ormai fanno molte coppie.
Ma bastava cambiare angolazione, guardarla di fronte, come doveva essere guardata, per capire che era tutto sbagliato. Bastava che lo sguardo ti cadesse sullo squarcio che le apriva la gola, irregolare, frastagliato, così uguale a quello di Sandra Dionigi da sembrare copiato. Bastava che gli occhi si appoggiassero sulla macchia di sangue che le sporcava lo sterno e giù, fino ai capezzoli, e poi giù, in una specie di rivolo che finiva per confondersi col rosso scuro dei corsaire.
Bastava guardare il foglio di carta che qualcuno aveva chiuso dentro una busta di plastica trasparente, perché non scivolasse via se fosse venuto a piovere. Bastava guardare il chiodino da parete con cui quel foglio le era stato conficcato nel petto, perché stesse fermo. Bastava guardare le parole che c’erano su quel foglio di carta per capire che non c’era niente di sensuale, niente di giusto.

If blood will flow when flesh and steel are one
Drying in the color of the evening sun

Poche parole. Giusto due versi.
I primi due di quella fottuta canzone di Sting.

Stesa sul letto, un libro appoggiato sulla pancia nuda, la pelle appena appena imperlata di un velo di sudore, Alice pensava.
Anche se non capiva bene cosa.
La luce della lampada tratteggiava il suo corpo e visto da lì, dalla sua posizione privilegiata, col cuscino appoggiato al muro e la testa leggermente sollevata, non le sembrava niente male.
Tutta un’altra cosa rispetto a quello che aveva sentito fino a pochi momenti prima. Tutta un’altra cosa rispetto alla sensazione di essere gonfia come un palloncino o come una mela matura.
Allungando una mano si accarezzò la pancia, morbida, abbronzata, di un colore che alla luce tenue dell’abat-jour era a metà strada fra il marroncino e l’olivastro. Quel colore che quando usciva dalla doccia e guardava il suo corpo nudo e muscoloso allo specchio del bagno la faceva sentire viva, desiderabile, femmina, prima di ogni altra cosa. Quel colore che insieme al sole e alla sensazione di sentirselo addosso la faceva sentire bene.

Al suo fianco Gabriele dormiva un sonno agitato.
Lo aveva sentito parlare, cercare di tenere accesa una conversazione che si perdeva nella stanchezza e poi zittirsi improvvisamente. Aveva sentito il respiro allungarsi e distendersi, aveva visto le labbra schiudersi e quel sorriso un po’ assurdo e unico che conosceva bene gli si era acceso sul viso, mentre il sonno lo tratteneva.

Alice aveva sorriso, guardandolo dormire. Poi aveva provato a leggere, ma aveva dovuto rinunciare. Capitava sempre così, quando qualcosa la sfiorava da dentro, quando qualche piccolo ricordo, qualche stanchezza di troppo, la sensazione della stagione che cambiava o la paura di avere troppa paura, la venivano a trovare.
E poi quel libro parlava di bambini e di bambine. Delle loro paure e delle loro gioie. Di quello che arriva quando l’età adulta viene a prenderti e prova a portarti via.

E lei che bambina era stata? Che bambina continuava a essere nel cuore dei suoi giorni? Una bambina semplice, diceva Gabriele. Una bambina che lui sembrava capire con metodi disorganizzati, ma efficaci. Capirne le incazzature e le solitudini. E, incredibilmente, rispettarli.

Lo sentì muoversi nel sonno e quando lo guardò lo vide girato sul fianco destro, il viso mezzo affondato nel cuscino, forse sereno. Si chiese come potesse esserlo con quello che vedeva tutti i giorni. Si chiese come poteva mantenere tutta quella leggerezza e quella fragilità e riuscire a passare a lei anche qualche stilla di coraggio.
Si chiese da dove fosse venuto. Da quale pianeta. Da quale costellazione.
Si chiese come fosse da bambino. Quali fossero davvero i suoi sogni. Cosa sentisse girare nella sua testa quando la notte arrivava e doveva scacciare le creature del buio.

Poi pensò ai loro mondi interiori. Alle loro fantasie che tutti avevano cercato di reprimere e si domandò se una delle cose che li teneva uniti, una delle cose che li aveva fatti trovare non fosse proprio quella.
La consapevolezza di avere qualcosa dentro da dare.
E il fatto che prima di allora il mondo non aveva voluto i loro regali. Che nessuno li aveva amati per quello che erano.
L’abitudine a restare soli.
Aveva sempre camminato da sola. Aveva dovuto sempre camminare da sola. E ora era tutto diverso. Diversa lei. Diversa la sua vita e i suoi pensieri. Diverso l’uomo con cui divideva i momenti. Quelli belli e quelli brutti. Quelli che gli raccontava e quelli che teneva per sé.

Appoggiò il libro sul comodino e spense la luce.
Al buio si girò verso Gabriele e lo sentì respirare. Lentamente. Ritmicamente.
“Certo che sei proprio strano…” sussurrò nella notte. “E mi fai incazzare da morire, delle volte. Ma delle volte no. E sai, in fondo potrebbe anche capitare che mi innamori di te.”
Chissà se nel sonno si sentono le parole che ti dicono, pensò. Chissà se si ricordano. Magari un giorno avrò voglia di dirgli qualcosa anche mentre è sveglio.
Chissà.
Si stirò lievemente. Sentì Gabriele che si allungava e seguiva con la mano il profilo della sua coscia, posandosi su un fianco.
Sentì che si abbandonava e si chiese perché dormendo si facciano certi gesti.
Aveva bisogno di essere abbracciata. E scoprendo che quell’abbraccio la faceva sentire anche bella chiuse gli occhi e si accorse che stava addormentandosi.

La tartaruga blu mi guarda.
A volte ho la tentazione di chiederle perché lo fa. Perché mi fissa con quelle cazzo di pupille. Perché non si muove ma resta lì, a farmi sentire i suoi occhi pesti sulla nuca, sulle guance. A volte mi viene quella tentazione lì e sento i suoi occhi anche quando non c’è, come adesso.
Adesso non è qui con me. Ma mi sta guardando lo stesso.
Cammino.
Fuori c’è il sole. Mi chiedo perché col sole mi sembra che i miei passi pesino di meno. Come se la luce li assorbisse. Anche i miei pensieri dovrebbero pesare di meno. Ma non succede mai. Non succede mai che pesino meno. E non mi basta la musica. Non mi basta quasi mai.
È questo calore che cerco. È la musica che me lo fa trovare. Ma le note da sole non servono. Ma mi indicano la strada. La strada per farmi diventare croma o semicroma. Per farmi diventare una battuta breve o una lunga. A volte vorrei essere una pausa, ma quando ci riesco, quando riesco a non esistere sento troppo silenzio. E la musica non è mai silenzio.

Lei non mi ha mai guardato. Teneva gli occhi abbassati. A terra. E le mani tiravano le corde. Potevo anche slegarla. Non mi avrebbe mai aggredito. Si sarebbe solo riparata. Coperta gli occhi. La bocca, le labbra. La voce.
Magari è stato per questo. Non mi piaceva la sua voce.
Ma il suo sangue è salato. Ha un sapore diverso dall’altro.
Assaggiandolo mi sembra che scivoli sotto le labbra. Come l’acqua appena depurata che sgorga dalle docce degli spogliatoi. Mi pare che mi si attacchi al palato. E non è una sensazione sgradevole. La carne non mi interessa. La carne è come la vita. E la musica è il sapore.
E a me solo questo interessa. La musica.
Solo quella.
Ma non riesco a trovarla. Non ci riesco.
Non ci riesco ancora.
E devo cercare cercare cercare.

Chissà se la tartaruga capisce. Chissà se guardandomi riesce a vedermi dentro con quegli occhi vuoti. Forse sì. Forse ci riesce. Forse ce la fa.
Ma non basta.
Non basta mai.

Sandra Dionigi non aveva nemici.

Gabriele camminava per la sua casa vuota. Un lieve profumo di pollo arrosto appena comprato invadeva piano gli ambienti. Se non apriva una finestra di lì a poco l’appartamento sarebbe sembrato una vecchia rosticceria. Ma in fondo non gli interessava.

Pensava a Sandra Dionigi. Sandra Dionigi che era una persona tranquilla, che tutti descrivevano come una persona per bene. Che non beveva, non si drogava, non giocava.
Sandra Dionigi non aveva nemici.
Non aveva un vecchio fidanzato abbandonato che volesse vendicarsi di lei. Non faceva un lavoro pericoloso. Cantare nel coro del teatro Comunale di Bologna non ha mai ucciso nessuno. E nemmeno darsi da fare in un gruppo jazz senza troppe pretese se non quella di divertirsi.
Sandra Dionigi non aveva nemici.

Alla fine tutto si riduceva alla mancanza di qualcosa di reale. Di una macchia sul bucato. Di un errore. Di un neo non ritoccato. Di qualcosa che si potesse vedere o toccare. E che apparentemente non c’era.

Tranne la canzone.

Scorreva il testo che Ippoliti gli aveva fatto trovare sulla scrivania. Se l’era portato a casa per riuscire a studiarselo, a leggerlo per bene. A capire se avesse un significato.
Aveva sentito quella canzone migliaia di volte. L’aveva perfino canticchiata – e Alice diceva che non andava a tempo – mentre la radio la passava. Una canzone. Cosa c’entrava? Si può morire per una canzone? E soprattutto perché?

Perché. Alla fine il suo lavoro si riduceva proprio a quello. Rispondere a dei perché. Perché Tizio aveva ucciso Caio. Perché Pippo aveva sparato a Pluto.
Perché qualcuno aveva tagliato la cola a Sandra Dionigi e abbandonato un radioregistratore con una cassetta registrata di Fragile a qualche decina di metri dal punto in cui era stato trovato il cadavere?
A volte sembrava non esserci un perché. A volte le cose succedevano e basta. E pareva che dietro non ci fosse niente. Ma Gabriele sapeva che non era così.

Guardò l’orologio. Pensò a dove fosse Alice, in quel momento. Se sotto la doccia, con l’acqua appena tiepida a sfiorarle la pelle abbronzata, le mani ad accarezzare il suo corpo di bagnoschiuma, come una nuvola di profumo. Quella femminilità portata. Mai ostentata. Sempre espressa.
Ecco uno dei perché. Il perché che riguardava quello che lui sentiva per Alice. Almeno una parte.

Sorprendimi cantavano gli Stadio dalla radio e mentre sussurrava a mezza voce quella canzone, suonò il telefono di casa.
Non aveva bisogno di ascoltare la suoneria o di leggere il numero sul display per sapere chi fosse.
Rispose ad Alice e si dimenticò di tutto.

Anche del pollo nel forno che – senza fretta e senza colpa – bruciò riempiendo la casa di un meraviglioso puzzo di carne troppo cotta.

“Cosa ne pensa?“ chiese Ippoliti non appena rimettemmo piede in strada.
Lo vidi che frugava nelle tasche alla ricerca dell’accendino. “Che quella andrebbe spenta “
“Chiaramente non mi riferivo ai miei vizi, ispettore.“
Accese la Marlboro. Lentamente come se quel gesto meritasse rispetto.
“Che ho fatto fatica a non lasciarmi trasportare da quell’uomo.“
“Sembrava un registratore spento.“ Tirò dalla sigaretta. Un gesto lento tanto quanto lo era stata l’accensione.
“Probabilmente lo è“ dissi, quasi sottovoce.“ Ma non credo che abbia ucciso la Dionigi. “
“No, nemmeno io“ Due parole. Due tirate. Un algoritmo preciso. Mi sentivo in colpa a farlo parlare. “Ma io mi riferivo alla canzone“

Come se avessi bisogno di quella precisazione. La canzone. Un giorno troviamo il registratore. Il giorno dopo quella frase di Nardi. La sua canzone preferita. Non una qualunque. La sua preferita.

Niente succede per caso nel mondo reale. Almeno in un omicidio.

“Ho mandato la cassetta alla scientifica, nel caso che ci fossero impronte” mi comunicò mentre svoltavamo a sinistra, ricomparendo nel mondo civile di piazza di porta Ravegnana. Annuii, credo. Ho ricordi confusi riguardo a quel momento.

So che stavo pensando che volevo il testo della canzone da leggere. Per vedere se c’era un motivo.
So che stavo pensando che volevo capire perché qualcuno aveva deciso di farci sentire quella canzone.
So che volevo un pezzo di cioccolato fondente così amaro da cancellare ogni sapore che avevo in bocca.
So che bastò vedere Alice che mi aspettava davanti alla Feltrinelli per dimenticare tutto quello che sapevo.



In fondo il quotidiano è fatto di cose piccole come lacrime. E che, come una lacrima, possono essere fatte di gioia o di dolore.

Alice, per me, era il quotidiano.

Un quotidiano che ora era dolce, ma che aveva avuto tracce di amaro tanto forti da confondersi con il sapore del caffè, che non zuccheravo mai. Eppure, anche quando era stata dura tirare avanti, portare un respiro a raggiungere il successivo, sapevo che ne valeva la pena. Che ne sarebbe valsa la pena.
E ogni volta che la guardavo, ogni volta che ne sentivo il profumo o la voce, sapevo che non mi ero sbagliato.

La ascoltavo parlare, lì, fermo nella cucina di casa sua, probabilmente con un sorriso beota in faccia e seguivo ogni parola che le usciva di bocca. La ascoltavo, non mi limitavo a sentire il suono della sua voce. La ascoltavo.
Non mi era mai successo in vita mia di ascoltare una donna. Di farlo ogni volta che parlava, intendo.

“Che cosa fai?“ le chiesi mentre avvicinava la bocca al cellophane che ricopriva la confezione di gelato che le avevo portato.
“Non vorrai lasciare lì il più buono?“ spiegò. “Che spreco…”
Mi sorrise di tre quarti, poi girò il viso e pulì con lievi e decise passate di cucchiaino tutto il gelato rimasto attaccato.

I bambini. I bambini fanno così. E come non è possibile prevedere e entrare nel mondo di stelle e buio dei bambini, così doveva essere difficile entrare nel suo.
E finivo per stupirmi ogni volta che invece, inspiegabilmente, riuscivo a sapere cosa voleva o non voleva prima ancora che lo sapesse lei.
Si incazzava quando succedeva, ma me ne fregavo. Era solo il suo modo di farmi capire che era sorpresa.

Mi avvicinai e l’abbracciai da dietro. Forte, ma non troppo.
Probabilmente si capì che avevo bisogno di quel contatto. O forse lo desiderava anche lei. Perché non scivolò via, ma si lasciò andare. Lenta e morbida. Un gatto. Una micia.

“Oggi “ cominciai, “quando ci siamo visti da Feltrinelli, ero appena stato da Nardi “
“Il fidanzato di quella ragazza?“
La sua voce, da quella distanza aveva la forma vaga e morbida di una nube di vapore. Sapeva di pistacchio.
“Lui.“
“Cosa ti ha detto?“
“Praticamente niente. Quasi non riusciva a parlare. Mentre lo ascoltavo ho pensato a una cosa.“
Pausa. Le baciai la nuca, affondando la testa nei capelli.
“Cosa? Lo sai che odio quando non finisci le frasi “
Eccolo. Il tono duro che tornava fuori. Ogni tanto. Come se avesse bisogno di respirare. Di tornare a galla per prendere fiato.
“Che se qualcuno provasse a farti del male lo ucciderei. Senza nemmeno starlo a sentire.“ La baciai di nuovo. Sul collo.

Restammo in silenzio un po’, un tempo che deve essere stato breve, ma che mi parve morbidamente lungo.
Poi la sentii muoversi. Mi staccai. Taceva. Si muoveva morbida mettendo a posto i resti della confezione del gelato. E io non potevo far altro che guardare. Guardare quel corpo, ascoltare l’eco delle sue parole, ancora nella stanza. Ancora vivo. Ancora lì.

Da quando esisteva nella mia vita ogni tassello era andato al suo posto. Piano piano. Come se la casellina giusta fosse sempre stata lì. Solo che non la vedevo.

Mi piacerebbe saper fare la stessa cosa. Sistemare tutti i suoi tasselli, mettere in fila le pedine del domino. Attaccare con la musica.
Ma non è sempre facile. Così mi limito a provarci e a rispettare i suoi silenzi. Le sue pause, il suo bisogno di metter ordine anche senza di me. Anche senza il mio intervento.

Prese una bottiglia di vino che le avevo portato e sparì in salotto.
La seguii. L’avrei riempita di parole, avrei voluto soffocare quel silenzio che ogni tanto arrivava con il racconto della mia quotidianità, fino a farla sorridere, ridere. Fino a far esplodere il fortino della sua solitudine come un muretto ormai disfatto.
Ma a volte la cosa giusta da fare è stare in silenzio.
Semplicemente esserci.

Qualcuno mi aveva detto un giorno: quando te ne vai saluta chi ami come se non lo rivedessi più. Con lei succedeva tutte le volte.
La mia vita, senza la sua presenza, marciava con due pistoni in meno.

Via dell’Inferno, a Bologna, è una stradina lunga e stretta che sembra girare su se stessa, un budello di sanpietrini e muri rossi infilato come un passaggio segreto dentro a quello che una volta era il ghetto ebraico. Ci si arriva passando davanti alla Feltrinelli di piazza Ravegnana, sotto le torri e girando a sinistra dopo una stradina un po’ più larga dominata dai tavolini dei bar che sanno tanto la Jolla e Venice beach.
Ci andammo a piedi, io e Ippoliti, che tanto da piazza Galileo non è un gran giro e Bologna d’estate è tremendamente bollente come piace a me. A Ippoliti un po’ meno e infatti sudava come un merluzzo sul banchetto del pesce. Io no, invece. Nemmeno una goccia. Solo le mani appena umide. Ma quelle ormai me le porto dietro da una vita.
Roberto Nardi abitava al numero due di via dell’Inferno. All’ultimo piano, che poi era il secondo data l’altezza stratosferica dell’edificio. Si arrivava al suo appartamento salendo una rampa di scale stretta e coi gradini un po’ alti, tipici di quelle case del centro storico bolognese.
Il campanello aveva un suono secco, ma paragonato allo squittio di quello di casa mia mi parve gentile.
« Entrate » disse non appena ebbe aperto.
Ippoliti ringraziò ansimando lievemente. Troppe sigarette. Glielo dicevo continuamente. E lui ammetteva. E ne accendeva una.
Roberto Nardi era un musicista.
Perso nei miei pensieri di quella mattina me n’ero quasi dimenticato.
Bastò il violino appoggiato sul letto a rinfrescarmi la memoria.
La casa era molto più ampia di quanto ci si potesse aspettare da sotto. Un grande salone con pochi e semplici mobili.
Una stampa di Douglas Kirkland su uno dei lati lunghi. Marylin abbandonata fra le lenzuola con Kirkland inginocchiato davanti al letto. Il potere di seduzione di una donna riassunto in uno scatto in bianco e nero. Adoravo quella foto.
Nardi si accorse che la guardavo. Probabilmente avevo anche un’aria un po’ stordita. A volte mi capita la mattina.
« L’aveva scelta Sandra » disse semplicemente. La voce ferma, ma debole. Si sedette su una poltrona blu scuro, ad angolo con un divano su cui ci accomodammo io e Ippoliti, in un lieve sottofondo del lino dei pantaloni.
Sandra Dionigi. Il motivo per cui eravamo lì.
« Mi dispiace per quello che è successo » dissi, forse stupidamente. Cercavo sempre di non dimenticare che davanti a me non c’era solo un parente o un fidanzato di una vittima, ma un essere umano. E che invadevo il suo spazio vitale e le sue emozioni per provocargli dolore. O per infilare un dito salato in una ferita appena aperta.
Nardi annuì, con un sorriso tirato. Si sistemò la camicia fuori dai pantaloni. Era rasato di fresco, a differenza di me, ma aveva il viso tirato di chi non ha passato la notte a dormire. E nemmeno in attività più divertenti.
Credo che la mia faccia assomigliasse molto alla sua.
« Lei è un musicista, non è vero? » domandò Ippoliti. Lo immaginavo ancora alle prese con i suoi polmoni.
Nardi sollevò lo sguardo. Per un attimo ridivenne vivo.
« Sì. Un musicista. La musica è la mia vita » fece una pausa. « …adesso…»
Ascoltavo la sua voce con una strana sensazione sulla pelle. La visita del giorno dopo era un avvenimento a cui ero abituato. Eppure l’effetto che mi faceva nardi e il suo raccontare, l’intonazione della voce, l’immobilità delle mani e del corpo non mi ricordava niente che avessi già visto o vissuto.
Era spento.
Pensai a quelle stesse mani sul violino. A come dovevano muoversi diversamente.
Mi morsi un labbro, come promemoria. Non ero lì per provare pietà. A quella, semmai, avrei pensato dopo.
« Da quanto tempo lei e Sandra Dionigi stavate insieme » chiesi.
« Quasi sei anni. Sarebbero stati sei a settembre. Ci eravamo conosciti per caso. Lei aveva il cellulare uguale al mio. Per un disguido lo avevo preso in un negozio di abbigliamento. E lei il mio. La vita è strana »
Su questo aveva perfettamente ragione.
« Negli ultimi tempi c’era qualcosa di strano in Sandra? Le aveva raccontato qualcosa di inconsueto? Non so… »
La stessa domanda. Quante volte l’avevo fatta? Forse un centinaio di volte. Forse anche di più.
« Niente » mi rispose. « anzi, a pensarci bene una cosa c’era »
Sollevai lo sguardo e glielo puntai in faccia. Allora capì che speravo in una mano. E io capii che invece non me l’avrebbe data.
« Avevamo cominciato a parlare di sposarci » annunciò, con la stessa semplicità con cui forse se lo era ripetuto per tutto il tempo dal momento in cui lei glielo aveva proposto per la prima volta. Ogni giorno. Ogni secondo.
Fino a perdere la speranza.
Non c’è niente di peggio nella vita che perdere la speranza.
Ippoliti continuò a chiedere le stesse cose di sempre. Se avevano nemici, se c’era un altro uomo, un’altra donna. Le stesse menate. Le solite cose pratiche per cui lo portavo con me. Io ascoltavo. Era quello il mio mestiere. La mia parte del gioco. Ascoltavo. Cercavo un’inflessione nel tono della voce, un particolare, qualcosa che stonasse, un gesto delle mani.
Qualsiasi cosa. Ma più guardavo Nardi più mi pareva che fosse una bambola con le pile scariche. Io, forse, sarei stato anche peggio di lui. Se qualcuno avesse ucciso Alice, se qualcuno le avesse solo fatto del male, strattonata, buttata per terra, perfino offesa, avrei avuto molto meno dignità della sua. Forse nessuna.
Mi alzai. Ne avevo abbastanza. Guardai fuori dalla finestra la luce del sole che attraversava la città e giungeva attenuata in quella strada così stretta, silenziosa. Come Bologna non era più. Stretta e silenziosa. Ora tendeva a straripare. Come i clacson delle auto nelle vie del centro.
Fu allora che lo disse. Proprio quando stavo cercando il modo di chiederglielo. Un sistema per non sentirmi idiota.
« E poi c’era quella canzone »
Mi girai. « Quale canzone? »
« Quella che si sentiva ieri, in quel prato…c’era vero? »
« C’era, c’era » lo rassicurò Ippoliti. Era già abbastanza sconvolto senza che dovesse pensare di avere anche allucinazioni auditive.
« Sarà stata una radio » aggiunse avvicinandosi alla porta. « Anche se è strano »
« Perché strano? »
Volevo sapere. Volevo sapere, ma senza spaventarlo.
« Perché era la sua canzone preferita. Fragile. Sting. La cantava sempre »

”Eddai, levati di mezzo, decerebrato!”
Alice pestava forte con il piede sull’acceleratore. Non era in ritardo, non aveva fretta di arrivare, ma l’idiozia automobilistica che sembrava aver contagiato la totalità dei possessori di un mezzo meccanico la infastidiva. Di più, la inorridiva.
E il tipo davanti, su una Multipla colore della neve sporca aveva tutte le caratteristiche dell’uomo col cappello. Terrore di tutti gli automobilisti.
Viale Masini sbuca su un semaforo improbabile. Se prosegui dritto vai alla stazione. Girando a sinistra ti infili – ma non potresti – in via Indipendenza. Se giri a destra sali il ponte di via Matteotti, verso la periferia, passando davanti alle case che hanno rischiato di essere demolite per favorire il progresso dell’alta velocità e a una scuola superiore gremita di adolescenti più o meno trash per dieci mesi all’anno.
Alice girava a destra. Sul semaforo era comparsa quella meraviglia della tecnologia che prende il nome di freccia e il tipo con la multipla non accennava a partire. Il Mercedes dietro di lei cominciò a suonare neanche il Bologna avesse vinto un improbabile scudetto e per tutta risposta anche Alice suonò, rivolgendo uno sguardo di odio all’autista della clk dietro, che con un sorriso da otturazione e incapsulazione perfetta continuava a dannarsi sul clacson.
“Per me puoi stare lì anche sei mesi” sibilò togliendo lo sguardo dallo specchietto, mentre la Multipla davanti tentava di togliersi da quella scomoda posizione senza farsi arare dal 27 che passava diretto a Corticella.
“Ah, volevi fare il furbo eh? Eh, bravo bravo” esclamò al finestrino aperto passando accanto all’auto, ormai di traverso davanti a quelle ferme in attesa del verde. Fece pochi metri e si fermò di nuovo a un altro semaforo, davanti alla scuola. La clk la affiancò mentre si torturava lentamente i capelli scuri. Non riusciva a non metterci le mani. Come Linus con la coperta.
La vita è anche toccare.
Si voltò accorgendosi del Mercedes. Il tipo sorrideva guardandola.
Unì le dita della mano sinistra e le agitò davanti al finestrino. Lentamente. Senza frenesia. “E te che cazzo vuoi?”
L’autista del Mercede lesse il labiale da dietro i vetri che proteggevano l’aria condizionata dal caldo dell’estate e distolse lo sguardo.
« Ecco, bravo, fai così che non è una gran giornata »
Partì una frazione di secondo dopo il verde e il tipo le sfrecciò accanto in un rumore assordante.
Aveva imparato a conoscere gli sguardi degli uomini da un sacco di tempo. Da quando si era accorta di come stava crescendo, di come stava cambiando. E ne aveva avuto paura. Di quello che le stava accadendo e degli sguardi degli altri.
La radio fece partire Logical Song proprio mentre si fermava su quel pensiero.
Cominciò a canticchiarla, come faceva sempre.
E chissenefrega se chi passa pensa che sia una deficiente.
Cantava ancora la seconda parte del ritornello quando il cellulare fece sentire un piccolo sibilo. Appena appena udibile.
Sapeva chi era e sentendo il messaggio che arrivava scoprì anche che gli era mancato.

Gabriele Riccardi faceva parte della questura di Bologna dal terremoto seguito all'arresto della banda della Uno bianca.
Sembrava ieri ma era passata una vita. Ricordava ancora l'aria che tirava i primi giorni, quelli in cui non sapevi di chi fidarti e se fidarti. E gli sguardi della gente, in giro per la strada.

Adesso non era più così. Certe cose scivolano sotto la pelle delle persone e si depositano da qualche parte. Ci sono posti che dimenticano, posti che raccolgono la loro immondizia e se la buttano via. Semplicemente.
Bologna non è un posto così.
Forse lo era stata tanti anni fa. Forse lo era stata ai tempi in cui erano i delitti passionali da rotocalco rosa quelli che colpivano la sua immaginazione. Prima che tutto cambiasse.

Prima che ci fosse Ustica e l'Italicus. Prima che spaccassero a metà la stazione come una mela. Lì era cambiato tutto. Da lì in poi si doveva ricordare.

E sapere ascoltare. Ascoltare la città. Sentire da che parte andava e perché.
Erano giorni in cui per capire dovevi scivolare sotto la pelle, col sangue, con l'acqua dell'Aposa che corre sotto i sanpietrini. Quando una città si fa la plastica per vederne i lineamenti devi passare sotto il silicone.

“Dove l'avete trovato, Ippoliti?” chiese indicando il radioregistratore nero, sporco di terriccio bagnato e di paglia che stava sul tavolo davanti a lui.
“In mezzo al campo, a qualche metro dalla casa”, rispose Ippoliti. Ippoliti era un bravo tipo, uno di quelli di cui ti potevi fidare, uno che di quel palazzo conosceva anche il numero delle pietre, uno che quando avevano automatizzato il parcheggio di piazza Roosvelt su cui la questura si affacciava aveva regalato al custode ormai inutile un gioco da portare a casa ai figli.
“Il proprietario della casa si chiama Ferri. Fa il contadino. Il suo terreno confina con il campo dove abbiamo trovato la ragazza. È stato fuori tutto il giorno e ha saputo solo dai figli quello che era successo. Alla sera, quando è rientrato.”

Gabriele annuì, tormentandosi il pizzetto. Lo faceva spesso quando pensava.
Ricordava i figli di Ferri. Due ragazzoni belli grossi. Uno particolarmente. Spalle robuste, qualche pelo di barba che cercava di uscire dai suoi anni troppo brevi, un paio di jeans di quelli che andavano una volta. Quelli che sua nonna avrebbe chiamato alla cagarella e che oggi facevano molto trendy. Una parola che odiava.

“Vai avanti”, disse girando intorno al tavolo senza toccare la radio.
La stanza era illuminata da uno strano neon che mandava un piccolo ronzio e proiettava su tutto un'ombra più che una luce.
Le lampade sono come le candele. Colorano. Il neon stinge pensò per un momento. Poi Ippoliti riprese.
“Ha sentito quella musica tutta sera. Anche se non ha capito che fosse musica. Come un brusio. Pensava che qualche coppietta si fosse imboscata con i vetri aperti. Che fossero le loro voci. O qualcos'altro. Verso le dieci si è rotto i coglioni ed è uscito per andare a dargli il loro avere. Ma ha trovato solo quello. Lo ha raccontato ai figli e i figli hanno chiamato noi.”
L'orologio attaccato al muro superò mezzanotte come una barca di carta che scavalla un'onda.
“Cosa devo fare?” chiese Ippoliti. Aveva moglie e figli. Non doveva stare lì nemmeno lui. la Vita dovrebbe sempre avere la precedenza.

Gabriele si appoggiò al muro.
Era quella l'ora in cui probabilmente avevano ucciso Sandra Dionigi. Si chiese cosa stava facendo la sera prima a quella stessa ora. Non era difficile rispondere.
Parlava con Alice. La stessa cosa che avrebbe voluto fare adesso. Uscire, spegnere quel neon troppo bianco, trovare un po' dell'aria della sua città e perdersi nella sua voce. La meravigliosa semplicità delle cose banali.
E invece c'era quel nastro. Lì, dentro alla radio, come un proiettile dentro una pistola. Come una parola non detta dietro una frase innocua. Una specie di doppio significato.

Poteva non essere niente. Probabilmente lo avrebbe lasciato perdere, avrebbe cacciato due urli a Ippoliti che gli rompeva i coglioni mentre tornava a casa e si sarebbe abbandonato sul divano, con un libro in mano e le dita di Keith Jarrett su un pianoforte lontano.

Solo che non poteva essere niente. Solo che mentre guardava il corpo di Sandra Dionigi sotto il sole feroce di quell'estate ricordava di aver sentito qualcosa. Ricordava di aver sentito una musica.
Ricordava anche la canzone.

“Fammela risentire”, disse.
Usando un bastoncino di plastica Ippoliti fece ripartire il nastro.
Negli ultimi venti minuti era la terza volta che Sting cantava Fragile.