“Vi hanno pagato?”, le chiedo mentre la guardo stendere sul tavolo del salone la stampa di Doisneau e accarezzarla, come se quei volti del bacio all’Hotel de la Ville fossero vivi.
“Sì, perché?”
“Perché per quanto stoni non avrebbero dovuto darti nemmeno mezz’euro.»
Rido mentre lo dico e lei non si volta nemmeno a guardarmi. “Mo see, stonata… Stonato sarai te!”, dice, ma sento la risata nella sua voce. È la risata delle sere azzurre, quelle che non sono serene del tutto, quelle in cui c’è una sensazione che scivola sotto, ma non sempre si fa sentire. Mi avvicino e l’abbraccio da dietro. Appoggio il mento nell’incavo della sua spalla. Sembra costruita per un‘altezza come la mia. Non ho bisogno di piegarmi. Basta che allunghi il viso. “Ti piace?” le sussurro all’orecchio. «
“Sì”, mi risponde e gira appena appena il viso. Ne approfitto per baciarla. Una volta. Due.
La tiro a me e le accarezzo il viso con le mani. Sono incredibilmente asciutte. Incredibilmente morbide.
“Adoro sentirti cantare”, le dico e la bacio di nuovo. Assaggio le sue labbra e la punta della sua lingua. E sfioro la pelle del collo con le mani, scivolando con le dita sotto i capelli.
“Fa caldo.” La sua voce è un filo di lana bianca.
La guardo e le slaccio lentamente i bottoni del vestito. Le infilo le mani sotto, sulla pelle della schiena.
“Va meglio?”, le chiedo.
“Quasi”, mi sussurra.
E forse è l’ultima parola che ricordo.
Quando sento il telefono che squilla mi accorgo di essermi addormentato. È Alice ad accorgersi che squilla. Sento il suo corpo nudo accanto a me, di traverso sul letto. Mi allunga il telefono.
Ascolto. E mi sveglio immediatamente quando la realtà mi sbatte in faccia la sua quotidiana verità. “Arrivo subito.”
Tengo il telefono in mano e guardo Alice.
“È successo qualcosa?”, si alza in ginocchio sul letto e non posso non accarezzarle il seno, ma senza malizia.
“Era Ippoliti”, le dico. “Un tizio in un pub ha cercato di seguire la cantante di un gruppo mentre tornava a casa. Lo hanno preso prima che potesse fare qualcosa. Aveva un bastone in macchina. Ed è zoppo.”
Alice mi guarda. C’è qualcosa nel suo sguardo che non capisco. Rabbia, sollievo, tenerezza, tutto, niente.
“Portami la sua testa su un vassoio d’argento”, dice.
Io mi vesto, bacio la mia Salomè e esco di casa.
Senza guardare. Senza sapere.
Se mi muovo piano piano nessuno si accorge di me. Se mi muovo lentamente, senza toccare nulla, senza appoggiare i piedi per terra non si accorgono di me. Nessuno. Nessuno lo può fare. Neanche lei. Neanche se è la sua donna. Neanche se lui fosse stato qui. Avrei dovuto ucciderlo. Ma adesso è meglio.
Nessuno può ascoltarmi se non voglio.
Neanche lei.
Non se cammino così.
Non di notte.
Non adesso.
Alice ascoltò i passi di Gabriele che scendevano per le scale. Ne seguì il suono finché poté poi quando non sentì più nulla si mosse verso il salone.
Era completamente nuda e la notte le accarezzava la pelle con una carezza lievemente fredda, ma sottilmente piacevole.
Sentì il pavimento leggero e fresco sotto la pianta dei piedi e si voltò a guardare la stampa di Doisneau, distesa sul tavolo. Pensò all’abbandono totale che quella finzione aveva creato e si disse che in fondo era così che funzionava nei film e nei libri. Ci si emozionava per scene create che ti accarezzavano dentro, da qualche parte, anche se sapevi che erano finte. E ridevi, piangevi o ti lasciavi sfiorare da qualcosa che sapevi non vera, ma che ti colpiva allo stesso modo.
Arrotolò la stampa e pensò che non lo aveva nemmeno ringraziato. Sapeva che a lui non importava, sapeva che non era così che funzionava, ma si sentì un po’ in colpa lo stesso. Infilò l’elastico che teneva la foto nella sua posizione a cilindro e lo fece scivolare fino al centro.
“Sono una stronza”, sussurrò alla stanza vuota e pensò che se Gabriele fosse stato lì, proprio in quel momento, lo avrebbe baciato. Senza dire niente. Senza spiegare.
“Sono una stronza”, ripeté stringendo la foto.
Ed ebbe netta la sensazione di non essere sola.
Si girò e lo vide. A pochi centimetri da lei.
Aveva una maschera di plastica in viso.
Tentò di urlare, ma non ci riuscì. Sentì una mano che premeva contro la sua bocca e un’altra che le spingeva il capo. Sentì una strana fitta di sonnolenza colpirla sotto la nuca e strinse più forte la foto di Doisneau. La strinse e colpì a casaccio, davanti a sé, più forte che poté. Qualcosa cadde per terra.
La pressione sul volto calò all’improvviso e lei fece due passi indietro, sbattendo contro il tavolo il sedere nudo e gridando. Ma nessuno le rispose.
Poi l’uomo attaccò di nuovo. Si muoveva in silenzio, trascinando la gamba sinistra. Cercò di prendere un tagliacarte, caduto per terra accanto alla stampa di Doisneau. Ci si gettò sopra, come un animale, nuda e selvaggia, ma la mano di lui fu più veloce e lo afferrò. Fermo. Sentì la mano chiusa in un paio di guanti di plastica e morse, strappandolo e sentendo per un attimo la carne e il sangue sotto le labbra. Poi tentò di prendere la stampa, ma gliela strappò di mano gettandola da qualche parte. E infine qualcosa la colpì alla guancia.
Alice volò a terra contro il muro, oscenamente scoperta, le gambe piegate di lato, il seno che si sollevava al ritmo affannato del respiro e della paura, la guancia calda che le faceva male. Provò ad alzarsi, ma non fece in tempo nemmeno a muoversi.
La notte calò e non sentì più nulla.
Alle quattro e un quarto Gabriele rinunciò.
Il tizio che avevano fermato era un povero disperato. Viveva in una comunità di recupero per tossicodipendenti e a parte una denuncia per molestie telefoniche al fidanzato di sua sorella non aveva mai fatto niente di male. Saltò fuori che voleva consegnare alla ragazza una specie di regalo. Un fiore di carta azzurro, una specie di gioco che faceva da quando era bambino. La ragazza stessa confermò che lo vedeva spesso ai suoi concerti e che dopo le prime volte in cui si era un po’ spaventata aveva capito che era essenzialmente innocuo.
Il tizio fu riaccompagnato a casa e Gabriele sentì forte, sotto le tempie, la stanchezza della giornata che lo stendeva.
Uscì nell’aria umida della notte estiva e salì in macchina.
Fece il numero di Alice. E il cellulare suonò irrimediabilmente libero per dieci squilli, poi quindici, poi venti. Riprovò. Dieci. Quindici. Venti.
Provò a casa. Dieci squilli. Quindici. Venti.
Di nuovo. Dieci. Quindici. Venti.
Nessuna risposta.
Scalò la marcia e sgommò via dal semaforo di via Marconi verso il viale.
Fece il numero di Ippoliti.
“Mandami due volanti a casa di Alice. E fai alla svelta. Ma non salite. Aspettate che ve lo dica io.”
“Cosa sta…”
“Spero niente, Ippoliti. Ma datevi una mossa.”
Staccò la comunicazione, cambiò marcia e diede gas.
E malgrado andasse a centoventi sui viali gli sembrò di muoversi lento come un bradipo, come una lumaca.
Come quel pensiero che gli scivolava in testa.
Guardo il salone e capisco tutto. Non ho bisogno nemmeno di cercare nelle altre stanze. Non ho bisogno di immaginare. So.
Il salone è sotto sopra. La stampa di Doisneau è per terra. Accanto c’è un tagliacarte. Una sedia è rovesciata. Ci sono impronte di piedi nudi in controluce. La luce accesa.
Giro lo stesso per la casa. Il letto è disfatto. Sul comodino un fazzoletto. Mi accorgo che è mio e che me lo sono dimenticato. E qualcosa mi colpisce di colpo nei pensieri. Guardo l’orologio e penso a quanto tempo mi rimane. Guardo l’orologio e penso a quanto tempo le resta.
Penso stupidamente al fatto che non la farà mangiare e che non sa quanto sia bello invece vederla mangiare. Ma è una stronzata. Un tentativo del mio pensiero di sentirsi vivo quando invece sta affievolendo.
Poi divento di nuovo un poliziotto. Devo diventarlo. Devo esserlo. Devo pensare da poliziotto, muovermi da poliziotto.
La prima cosa che noto è che non c’è il vestito di jeans. Così so cosa le ha messo addosso.
Poi torno in salone. E mi fermo sulla soglia. Mi guardo intorno. E vedo per terra, vicino al tavolo, una macchia scura. Mi chino. La guardo da vicino.
Capisco subito che è sangue. Ne ho visto troppo per non riconoscerlo. Ma è quello che sta vicino che mi fa sorridere in un modo strano. È un pezzetto di lattice chiaro, quasi trasparente. È grande qualche centimetro, rotondo a un’estremità e frastagliato all’altra. E allora capisco che portava i guanti e che quello è un dito dei guanti. Capisco che lei deve averlo morso e strappato quel pezzo di plastica.
Mi alzo in piedi e guardo la sala. Buttato in un angolo la foto di Doisneau. Sul pavimento il tagliacarte.
E mi basta un attimo per pensare che forse posso aver avuto fortuna.
Mi basta un attimo per pensare che stavolta potremmo avere qualcosa fra le mani.
Mi basta un attimo per pensare che ha preso la persona sbagliata e chiamo Ippoliti su.
“Cercate impronte digitali su qualsiasi superficie possibile qui e in camera da letto. Fate a pezzi questa casa ma trovatele. Portava i guanti, ma lo ha morso.” Gli indico il guanto. Capisco che non sa cosa dirmi e allora mi incazzo. Lo prendo per le spalle. “Muoviamoci, Ippoliti! Muoviamoci, cazzo!”
Lui mi ferma. “Lo prendiamo, stavolta lo prendiamo”, mi dice. E solo lì capisco che cosa è successo.
Solo lì mi ricordo di Sandra Dionigi e di Dora. Solo lì mi viene in mente tutto, il sangue e gli occhi della madre di Dora. Il corridoio con l’odore di disinfettante, la gente e la televisione.
Solo lì capisco che questo non è più lavoro, ma vita. Solo lì capisco che quella casa è la casa di Alice, che è di Alice che stiamo parlando. Che il profumo che sento nell’aria è quello della sua pelle, che le impronte sul pavimento sono quelle dei suoi piedi. Che nel letto disfatto eravamo insieme fino a qualche ora prima.
Solo allora so. E sento qualcosa che mi monta dentro, da un posto così fondo che non so trovarlo. “Muoviamoci”, sussurro a Ippoliti e esco da casa.
Non voglio che mi vedano piangere.
Alle sei e mezzo Gabriele Riccardi era già in questura.
Attraversò i corridoi e ascoltò l’eco dei suoi passi sul pavimento, cercando di non ascoltare i suoi pensieri.
Un quarto d’ora dopo era lì anche Ippoliti.
I rilievi a casa di Alice durarono fino alle otto e mezza del mattino. Ore spese a setacciare tutto l’appartamento alla ricerca di qualcosa, di qualcosa di talmente piccolo che non era possibile vederlo a occhio nudo. Si doveva stanare, studiare, rivelare.
E alla fine trovarono tre impronte. Una sul tagliacarte, una sulla maniglia della porta e una sulla plastica che ricopriva la stampa di Doisneau.
La più nitida, la più precisa. Un impronta parziale di un dito indice destro.
Alle nove non restava che aspettare.
Aspettare che l’informatica facesse il suo corso. Aspettare che da qualche parte saltasse fuori un nome. Aspettare che la fortuna aiutasse, perché se il proprietario di quel dito era incensurato non lo avrebbero mai trovato.
Aspettare e basta.
Non c’era bisogno di verificare cosa avesse fatto la ragazza la sera prima di scomparire. Non c’era bisogno di chiedere a chi amava se cantasse o avesse cantato.
Non c’era bisogno di spere niente.
E nel silenzio dei suoi pensieri Gabriele cominciò la sua attesa.
Ascolto il silenzio e mi sembra che abbia un rumore.
Forse anche i pensieri hanno un rumore. Come le cose che non hanno colore. L’acqua ha un colore. L’aria ha un colore. Tutto quello che è attraversato da luce ha un colore. Così anche i pensieri devono averne uno. La ascolto parlare nella mia testa e penso che non la sentirò più. Di più. Sono sicuro che non la sentirò più. Che non sentirò più la sua voce, la sua risata che esplodeva quasi spernacchiando. Perché era la sua vita che era bella e beffarda.
Non la sentirò più.
Se mi bagno appena appena le labbra sento ancora il suo sapore. E penso che se è vero quello che sto pensando quando smetterò di sentirlo sarà l’ultima volta. E mi chiedo come si fissa l’ultima volta. C’è una possibilità di farlo? L’ultima carezza, l’ultimo sorriso, l’ultimo gesto, l’ultimo bacio, l’ultimo sguardo. Come si possono fissare tutte queste cose.
Ciao. Ha detto così. Ero sulla porta, stavo uscendo. Pensavo che quello stronzo forse lo avevamo preso. E non l’ho nemmeno salutata. Non l’ho baciata. Non le ho toccato la pancia nuda, come facevo di solito. Non l’ho guardata infilando l’uscio. Non ho fatto niente.
Sono uscito e me ne sono andato. E basta.
E adesso sono qui e un po’ ti odio. Lo sai? Un po’ ti odio perché devi aver cantato quella canzone e lo devi aver fatto quando sono andato a pisciare. Un po’ ti odio perché non capisco. Non capisco perché lo hai fatto anche se lo sapevi. Sapevi. Cazzo, ti avevo raccontato tutto. Perché non ti sei fidata di me? Perché non ti sei potuta fidare di me almeno una volta.
Provo a pensare a lui. Lui che era lì. Provo a focalizzare tutte le persone che stavano in quel posto, uno per uno, ma non mi viene in mente niente. Non un uomo, nessun viso, nessun segno particolare, nessuno che zoppicasse, che tenesse una gamba dritta. Qualcuno. Anche solo una figa con il culo di fuori. Nessuno, porcaputtana.
Non mi viene in mente nessuno.
Solo Alice. Mi vieni in mente solo tu.
E devo sforzarmi per pensare che non è vero che non ce la farò. Che non è vero che non riuscirò a salvarti. Che me lo hai detto tu che lo prenderò e allora lo prenderò. Perché hai sempre avuto fiducia in me anche quando io non ne avevo. Anche adesso, sono sicuro che ne hai, adesso che magari hai freddocaldo, adesso che chissà se nei tuoi pensieri c’è tempo per avere paura.
Adesso che spero che non sia vero quello che mi sfiora le ossa.
Adesso che vorrei fare qualcosa. E non posso. Perché non c’è niente che possa fare.
Solo aspettare.
E sperare che esista, da qualche parte, una…
…possibilità. Sì, era una possibilità. Che stessi sognando. È una possibilità. Mi sono addormentata in poltrona e ho sognato.
Gabriele mi ha accompagnata a casa. Io devo avergli detto nel mio modo perfettamente rustico che ero stanca. Lui non è salito. Io ho guardato la stampa di Doisneau – che bella! – e mi sono messa a leggere sul divano. Cosa leggevo? Boh. E chi se lo ricorda. Però è andata così. Dormivo. Sul divano. E sono ancora lì. Per questo che ho freddo. Per questo che sento il vestito di jeans che mi rompe i maroni all’altezza delle cosce. Per questo che sono tutta anchilosata. E mi fa male una guancia. Devo aver dormito con la guancia sullo schienale del divano. Che cretina. Ma non sono buona di andare a letto quando ho sonno? Lo sai, Alice. Lo sai che sei così. Devi stravaccarti e ti stravacchi perché ti piace. Ti piace stare lì. Però adesso bona, eh? Adesso apri gli occhietti. Adesso apri gli occhi e ti dai una bella stirata. Sì, adesso li apro. Adesso li apro. Un momento eh? Che mi pesa la testa. Eh ben ben se pesa. E non mi sento le mani. Devo aver dormito come una piovra. Ingavinata. Mi sarò mica rotta qualcosa? Bloccata il flusso del sangue? Mi verrà un ictus. Lo so che se mi addormento così poi si blocca il flusso del sangue e mi viene un ictus. Parte e bonanot!
Ecco, adesso apro gli occhi. Adesso li apro. Piano piano. Così. Ecco. Ecco.
Oh merda. Merda.
Porca…
…puttana, ma quantocazzo ci vuole? "
Insulto il laboratorio. Lo insulto e abbasso la cornetta. Ho appena fatto la stessa cosa con un tipo che suona la chitarra nei Deep&Blue. Gli ho detto del figlio di puttana perché mi ha raccontato che hanno fatto quello scherzo cretino ad Alice e l’hanno fatta cantare Fragile. Gliel’ho detto. Sillabato. Figlio-di-puttana. E ho sbattuto il telefono anche a lui. Che non ne aveva un cazzo di colpa. Ma me ne sbatto i coglioni, ho deciso. Me ne sbatto i coglioni. Di’ che venga anche il questore. Mi faccio anche il questore. Ho voglia di mordere. Voglia di mordere, cazzo.
Sono le dieci e mezza e ho voglia di mordere.
“Stai bene?”, mi chiede Ippoliti e ho voglia di mandare a fare in culo anche lui, ma non lo faccio. Non lo faccio solo perché potrebbe capire. E io non voglio che mi capiscano.
Non voglio che mi compatiscano.
Se succederà sarò io che l’avrò uccisa.
E di questo non ho nessuna voglia di…
…parlare.
Adesso che si è svegliata devo parlare.
Adesso.
Me n sono accorto da come ha irrigidito le spalle che è sveglia. Da come ha mosso leggermente le dita delle mani dentro la corda. È quasi il momento giusto per parlare. Deve solo aspettare che sia un po’ più cosciente. Solo un po’. Qualche minuto. Non di più. E intanto sto seduto qui. Dietro di lei.
La sedia è scomoda, ma va bene lo stesso. Sto dritto.
Lei me lo diceva sempre che devo stare dritto. Stai dritto con le spalle che sei più bello.
Ecco, adesso è proprio sveglia sveglia. Ha sollevato di scatto il collo.
E guarda avanti. Tra poco si accorgerà anche di essere legata. Si accorgerà di essere in mezzo alla cantina e vedrà la tartaruga. Vedrà quello che deve vedere e magari la riconoscerà. Vedrà il tavolo e avrà paura. Come è giusto che sia. Bisogna avere un po’ di paura.
Quando io ho capito cosa dovevo fare ho avuto paura.
Anche Milena deve averne avuta. Ma non ne avrà più.
Milena non avrà più paura.
Perché questa volta ho visto giusto. Questa volta è lei.
Cantava come un bambino nel coro di una chiesa. Come un’arpa.
Era leggera.
Stavolta è lei. Stavolta non mi sono…
…sbagliato.
Qui dentro tutto è tremendamente sbagliato.
E io ho paura. Quel tavolo per esempio. È sporco, segnato. E c’è sopra un martello, un chiodo, una busta di plastica con un foglio chiuso dentro. Un coltello da caccia. Ha la lama arrugginita e mi viene da pensare che se mi tocca, se mi ferisce mi verrà il tetano. Ma sono un’idiota. Perché so cosa ci fa lì. So perché è lì. So cosa significa. So perché qualcuno lo ha appoggiato lì. Me lo ha detto Gabriele, cazzo. Me lo ha raccontato.
Ho paura. Adesso me ne accorgo. Me ne accorgo che ho paura. Paura anche di respirare. Paura di guardarmi intorno. DI vedere. Qualcosa. Qualcuno. Mi striscia sotto la pelle. Mi fa puzzare. Io non puzzo mai. Nemmeno di sudore, ma adesso sì. Mi sento sporca. Unta. E mi fa male la guancia. Mi ha colpita. Adesso mi ricordo. Mi ha colpita.
C’è qualcosa che si muove sopra al tavolo. Qualcosa di strano. È piccola. Starà in una mano. Fa qualche passo poi si ferma. Poi prova di nuovo.
Dovrei sapere che cos’è, ma non capisco.
Poi metto a fuoco. Un po’ come quando ti voltano a testa in giù. Non capisci. Poi metti a fuoco il mondo. Capisco che sono in un mondo capovolto. Sto in una cantina. Perché è una cantina, vero? Guardo un tavolo su cui qualcuno ha messo in mostra gli strumenti, come in una cella medioevale.
Un tavolo di legno screpolato su cui tenta di camminare una piccola tartaruga blu.
Ed è li, guardandola camminare che…
…capisco. Ti comprendo se tutto ti sembra strano”, le dico. E la vedo irrigidirsi. Non deve, non voglio. Forse perché le sto alle spalle. Forse perché mi sente ma non mi vede. Mi alzo. Quando le passo accanto si irrigidisce di più. Non mi guarda. Tiene la testa bassa. Come le altre. Ma anche così è fiera, non domata. Non arresa.
“Capisco che tutto ti sembra strano”, le dico di nuovo. “Ma vedrai che ha una logica. Vedrai che tutto sarà preciso. Singolarmente preciso. La sedia che mancava a una tavola imbandita”. Mi avvicino al tavolo e sento la tartaruga sulle dita. La prendo in mano. È ancora incredibilmente viva. Le altre morivano subito, ma questa no. Questa è viva. Lo sapevo.
“E’ una…
…tartaruga blu?”, gli chiedo, ma non lo guardo. C’è sempre in tutti i film. Non bisogna guardare chi ti tiene in ostaggio. Se lo guardi lui sa che lo riconosci e poi ti uccide.
Io non voglio morire.
“Sì”, mi risponde. La sua voce ha il tono del ghiaccio dentro a un bicchiere d’acqua. Sembra una cosa bella, ma se lo prendi in bocca, se lo tieni troppo in bocca poi fa male. Poi ti stringe la testa in una morsa.
“Mi ucciderai, vero?”
Non so perché glielo chiedo. Non lo so. Voglio saperlo, ma ho paura della risposta. Ma voglio saperlo. Ho freddo e i polsi mi fanno male. Forse sanguinano. Ho il terrore che la corda sia sporca. Che i tagli facciano infezione. Ho davanti a me un assassino e penso a virus e batteri. Forse per quello non mi viene un infarto. Forse per questo riesco a respirare.
“Spero di no”, mi risponde. Ci ha pensato. Non ha risposto subito. E non so perché gli credo. È sincero. Credo davvero che non lo sappia. Respiro forte col naso. Non riesco con la bocca. Mi fanno male le costole. E il seno sinistro. Il vestito è slacciato e si vede il capezzolo, ma lui non mi guarda mai. Mi tiene gli occhi fissi sul viso. Anche se non lo guardo lo so. Li sento.
“Che cosa vuoi, allora?”
Stavolta non pensa.
“Che canti per me, come Milena. Voglio solo sentirti…
…cantare, sai? Mi piace sentire quando canta. È leggera”.
Ippoliti mi guarda. Tira dalla sigaretta. Avrei voglia di uno spinello. Il sapore dell’erba in bocca. Ma non me ne faccio uno da secoli.
“Che ore sono?”
“Mezzogiorno”. Toglie la paglia dalle labbra. Vedo il luccichio della brace, come una fiammella.
Aspettare. Non sono mai stato capace di aspettare. Sto pensando a com’era vestita la prima volta che l’ho baciata. Un maglione con la lampo. Nero. Una maglietta bianca sotto. Un paio di jeans. Mi ricordo che ho pensato che è così che deve essere sembrato ai suoi tempi Marlon Brando in Fronte del porto. Sfacciatamente bello. Semplice, ma sfacciatamente bello.
Sto pensando che una notte mi ha detto che avrei potuto farla felice. E sto pensando che voglio farlo, porcatroia. A partire da adesso. A costo di setacciare tutte le case di questa città. Tutte. Sto pensando che ci sono cose che sa della mia vita che non ho mai confessato a nessuno. Sto pensando a che sensazione mi da averla fra le braccia, abbandonata e inerme, quando squilla il telefono.
E ridivento un poliziotto.
E ridivento di nuovo…